Di questi tempi avere un dj longevo ed attivo come il “nostro” Sauro è una fortuna. Dj storico del panorama musicale perugino e italiano, come recita il suo myspace, riesce a reinventarsi continuamente e a partecipare ad eventi lussuosi come la recente performance per i tipi della Smooth Perugia assieme a nientepopodimeno che Frankie Hi Ngr. Nonostante una buona pubblicità questo evento, realizzatosi alle ore 18 del Venerdì ultimo scorso, non ha richiamato una gran folla, complice la pioggia. Al Corso Vannucci, dentro la saletta situata in piazza della Repubblica, uno sparuto quanto attonito pubblico ha assistito a un importante evento musicale. Sauro non si è certo tirato indietro, ed ha aperto la session con pezzi storici in vinile, secondo il suo stile. Lui è un tipo che coi piatti ci gioca, li fa suoi, crea dei sound continuamente dando una continuità e un senso alle sue scelte musicali. Il pubblico capisce quando c’è lui in consolle, lo sente. Senza soffermarci troppo sui generi, il beat, le lezioni storicomusicali, le note a piè di pagina e compagnia canterina, siamo lieti di scrivere un articolo a Sauro perché la sua simpatia e umanità è grande.
Ottobre 25, 2009
Luglio 23, 2009
CRAZY CHAPMAN

Ieri sera per un’ora e mezza generosa al palco del parco di Fortezza Medicea, nella città del Petrarca e della Chimera, abbiamo assistito a un concerto dolce di una songwriter con le treccine, i jeans e una camicia a bottoni insieme a numerosi cambi di chitarra. Tracy Chapman ci ha accolti con un pezzo il cui riff ripeteva ALLELUIA, accompagnata da una batterista, un bassista e una pianola di cui nessuno sentiva il bisogno. Il secondo pezzo, AMERICA, è stato bissato con le percussioni suonate dalla splendida cantante americana che tanto mette di suo, della vita dura negli slum di periferia, per comunicare il suo messaggio. Arrivano i tre pezzi più conosciuti, due cover, tanta umanità di questa cantante che col suo viso e i suoi occhi cercava qualcosa dal pubblico. Nella cornice del parco, dietro di lei lo sfondo di due alberi illuminati a ritmo della musica con un che di surreale, un tocco Magrittiano, dove anche il palco presentava lacrime. Playarezzo ha ospitato nell’unica data italiana questa donna semplice e generosa che ha commosso il pubblico numerosamente accorso e diversificato in tutte le fasce d’età, come giusto che sia. Una notte di magia afroamericana di quelle per cui i brividi scorrono piacevolmente creando un senso di unione profonda con le proprie radici, il viso di Tracy era bellissimo, gioviale, aperto. I Love You.
Nicola Castellini
Luglio 22, 2009
I rettori so i veri sindaci
Perugia qualcuno pensa ancora che si regga sul pinturicchio. Le arti in città, umbria jazz, il cioccolato, umbria libri, menifestazioni totalmente inutili. Il programma dello stabile dell’umbria st’anno fa più pena del solito, l’accademia di belle arti speriamo che chiuda perché i professori son totalmente incompetenti. Perugia si regge sui negozi-trappola per studenti, le tasse aumentano per gli universitari. La nostra speranza è che non ci siano più iscritti, così la nuova oberdan non avrà più armi per far chiudere il mercato coperto. L’assessorato alla cultura parla bene e razzola male. I tagli alla cultura sono un toccasana, per riscoprire certi valori popolari che negli ultimi anni son venuti meno, negli ultimi 15 anni. La città si è arricchita gonfiando il pallone di gomma nel cui contenuto non c’è sostanza ma autocompiacimento. A Palazzo della Penna pensano di risolvere tutto puntando sui centri giovani, sfilacciando insomma e suddividendo il territorio in una sorta di ghettoslum gestito da ragazzi senza portfolio. Invece di valorizzare, incrementare, scoprire nuovi talenti, il comune annaffia la pianta dell’isolazionismo. Non garantisce trasporti adeguati che uniscano i quartieri, non ci sono cinema nuovi di quartiere, teatri, caffè letterari. La cultura non è solo manifestazioni sponsorizzate per far ubriacare il popolo. In autunno arrivano i corsi di formazione con borsa a 800 euro. Una specie di bluff, di fumo agli occhi tanto per calmare l’esercito di disoccupati che altrimenti insorgerebbero. Per i lavoratori dello spettacolo non c’è possibilità di futuro, di mettere da parte i soldi in un fondo pensioni privato, di fare un acquisto casa agevolato con mutuo, chi porta avanti un’associazione culturale e volontaria, spendendoci 12 ore al giorno, va in debito che cresce ogni giorno. Questa è l’unica realtà. Il resto è merda.
Luglio 20, 2009
MAMA AFRICA
Il nostro reportage su Umbria Jazz si è positivizzato ieri, alla conclusione. Sul palco centrale di P.zza IV Novembre si son esibiti dei ragazzini di Nairobi insieme a due percussionisti considerati i più bravi del pianeta. I Juakali Drummers hanno completamente superato i maestri Giovanni Hidalgo (che ha salutato il pubblico col pugno alzato) e Horacio “El Negro” Hernandez. I due uomini al centro si son visti circondare da questi stupendi ragazzi dal suono del cuore.
Persino l’organizzatore, Carlo Pagnotta, a un certo punto si è messo a suonare e urlare, tanto era l’eccitazione, l’animismo, il tremore assordante e potente dell’energia del gruppo intero. Non si era mai assistito a un evento simile. Il pubblico oltre a ballare si è emozionato e piangeva. Nutriamo dei dubbi sulla bontà della onlus promotrice del progetto sociale. Per maggiori info, http://www.amref.it/locator.cfm?PageID=6550
Luglio 12, 2009
Luglio 6, 2009
Le periferie

ultimo articolo
Si conclude il viaggio del giornale le periferie dopo un anno di vita. Abbiamo deciso di chiudere bottega perché non ci sono le condizioni per andare avanti. Abbiamo ricevuto avvertimenti e velate minacce di non disturbare troppo la quiete pubblica e l’editoria presente italiana. Chiudiamo tutto come risposta alla chiusura ricevuta da tutti: sponsor che prima ammiccano e poi si tirano indietro senza giustificazioni, tipografie che han ricevuto l’ordine di isolarci, potenziali querele, multe, tribunali. Meglio il silenzio stampa, prima di andare troppo oltre. Persino i collaboratori si sono dileguati, appena sentito hanno puzza di bruciato. Non c’è stato riconosciuto il nostro lavoro sotterraneo, nonostante i nostri sforzi non ci siamo fatti conoscere, non ci conosciamo. Preferiamo non parlare, non avere argomenti, preferiamo attendere, osservare, custodire. Cancelleremo i nostri database, getteremo carta, materiale, ogni traccia, come i carbonari. Niente di più, tutto di meno. Viva l’estate.
Maggio 12, 2009
Aprile 4, 2009
segnalo
www.orcomangione.splinder.com
e invito a trovare delle voci femminili anche adolescenti per leggere e registrare il primo pezzo del blog la cui autrice ci ha autorizzato a.
Nicola Castellini
Marzo 29, 2009
Marzo 24, 2009
logo Moesia a Ramallah
Buongiorno Internet, di seguito il logo di Samir Harb per il workshop di improvvisazione poetica “THE THIRD PERSON” il prossimo 28 Marzo e dintorni. Invito tutti a un commento.

The Third Person
Marzo 16, 2009
Fadwa Tuqan
<!– @page { margin: 2cm } P { margin-bottom: 0.21cm } –>
“Quando il tetto crollò sulla Palestina, cadde il velo dal volto delle donne di Nablus”
Nata a Nablus nel 1917, acquisisce la tecnica e la passione per la poesia dal celebre fratello, il poeta Ibrahim Tuqan, e nel 1936 pubblica le sue prime poesie (prevalentemente liriche d’amore) su riviste e quotidiani del suo paese e dell’Egitto. Fino al 1967 la poesia di Fadwa esprimerà per lo più desideri e sentimenti femminili, ma dopo l’occupazione israeliana Fadwa si fa, con una poesia della resistenza forte e incisiva, interprete del dramma della sua patria e del suo popolo. Scomparsa a Nablus nel 2003, Fadwa Tuqan è studiata e tradotta in molte lingue e considerata una delle voci più alte della poesia araba.
“…Terra!/Ecco l’invito al riposo,/la ricompensa ai nostri passi,/qui è dignità e salvezza,/qui deporremo il fardello/e la pena di tanti anni”./Noi abbiamo detto: “Qui/la nostra anima dimenticherà…” (da “Ritorno al mare)
COME NASCE UNA CANZONE
Le canzoni nostre le prendiamo
dal tuo tormentato e sciolto cuore,
e sotto il peso del buio e della notte
le impastiamo con luce, con incenso
con amore e con voti;
le carichiamo del vigore delle rocce e del salice,
dopo di che le restituiremo al tuo cuore,
puro e trasparente quale cristallo,
o nostro lontano e paziente popolo!
Rashid Husayn
<!– @page { margin: 2cm } P { margin-bottom: 0.21cm } –>
“…Il colore dei tuoi occhi è mio padre/e pianta melograni e fichi./Dice: saranno figli /e canteranno,/per le notti canteranno…” (da GERUSALEMME NEGLI OCCHI)
Nato a Masmas in Galilea nel 1936 è traduttore in arabo ed ebraico e redige il giornale “al-Fagr” (L’Alba) fino al 1962 quando ne viene imposta la chiusura dalle autorità israeliane. Nel 1967 viene sospeso dall’insegnamento ed è costretto a lasciare il suo paese per gli USA. Nel 1973 è a Damasco, dove dirige la radio damascena in lingua ebraica. Durante il breve soggiorno siriano fonda il centro di ricerche al-Ard (La terra) e il giornale omonimo. Ha pubblicato quattro raccolte di poesie.
È morto a New York nel 1980, nel corso di un incendio, in circostanze mai chiarite.
GERUSALEMME NEGLI OCCHI
Il colore dei tuoi occhi è la palma
il colore dei tuoi occhi è la vigna.
Palma e vigna. Sì, per Gerusalemme
è il mio amore il colore dei tuoi occhi
caro, sì, mille volte,
per mille volte caro,
il colore dei tuoi occhi ferito
come il mio canto, bello
come il mio amore, lungo
come in me la prigionia.
Il colore dei tuoi occhi è mio padre
e pianta melograni e fichi.
Dice: saranno figli
e canteranno,
per le notti canteranno.
Sì, fico e melograno. È Saladino
il colore dei tuoi occhi,
colore pena per vili,
colore mietitura,
il colore dei tuoi occhi raccolto,
il colore dei tuoi occhi rivolta
del mio paese. Il colore
dei tuoi occhi, paziente
come mia madre, generoso come
le mie pianure, orgoglio
dei miei monti, il colore
dei tuoi occhi colombe
aquile nel mio cielo
nella rivolta mia.
NON VOGLIO
Nel mio paese non voglio
che i ribelli feriscano una spiga,
non voglio che un bambino,
qual si sia, porti una bomba,
non voglio, no, non voglio
che mia sorella prenda il fucile,
non voglio quello che volete voi…
ma che cosa farebbero i profeti
se i cavalli degli assassini
s’abbeverassero dei loro occhi?
Non voglio, no, un bambino
a dieci anni un eroe,
non voglio frutto di bombe
dal cuore dell’albero mio,
non voglio che dei rami
dei miei giardini si facciano forche,
non voglio nelle aiuole
forche in legno di rosa,
qui nella terra mia.
Non voglio quello che volete voi
ma dopo il rogo del paese mio
e dei compagni miei
e della giovinezza,
come può il canto non farsi fucile?
ODIARE, FORSE?
Odiare forse un popolo
la cui carne fu cenere
sotto una mano iniqua?
Odiare anche i bambini
-l’età dei miei fratelli-
se hanno un padre che beve
vino sulle mie lacrime?
Pure l’odio al carnefice,
e il perdono ai suoi figli,
sarà, sempre, sarà ancora,
nonostante la miseria?
Mu‘in Bsisu (o Bseiso)
<!– @page { margin: 2cm } P { margin-bottom: 0.21cm } –>
“I ricchi hanno Dio e la polizia. I poveri hanno le stelle ed i poeti”
Nato a Gaza nel 1927, da famiglia cristiana. Studente di giornalismo all’Università Americana del Cairo, viene arrestato per la sua militanza comunista, motivo per cui ,in seguito, verrà imprigionato più volte . Insegna arabo in Iraq e a Gaza fino all’occupazione israeliana del 1967. È redattore del maggiore giornale egiziano Al-Ahram fino al 1970. In Libano fino al 1982, collabora con l’OLP e col poeta e amico Mahmud Darwish con il quale firmerà il componimento “Lettera a un soldato israeliano”. Muore esule a Londra nel 1984.
Aperta alla lezione internazionale delle avanguardie letterarie del Novecento, la poesia di Bsisu è una delle più moderne e sofferte testimonianze della poesia araba palestinese.
LA LUNA DICIOTTO ANNI DOPO
Qui si arrestano le tracce dei passi
qui dietro le rocce le tende gli alberi
la luna giace fra i lupi
con i cani e con le pietre
e vende la sua faccia
per un pugnale una candela,
e una treccia di pioggia.
Non gettate sassi nei loro fuochi,
non sottraete gli anelli di vetro
sfilandoli dalle dita degli zingari
Essi stanno addormentati
così come i pesci le pietre gli alberi
Qui si arrestano le tracce dei passi
qui la luna geme per le doglie
e voi – o zingari -
date a lei i vostri anelli di vetro,
donatele i vostri braccialetti blu!
POESIA SCRITTA SU CARTA DI SIGARETTE
(scritta in carcere nel 1961)
Inginocchiati per un foglio di carta,
inginocchiati.
Intingi la penna negli occhi di tuo figlio e scrivi quello che ti ordina:
i connotati di colui che ti massacro’
sulla soglia di casa, con la penna.
Ammucchia i tuoi giorni davanti a te come carta,
non essere timido… chiedi un fiammifero al tuo oppressore…
fabbrica col torbido miscuglio di cenere e fumo
qualche foglio per il tuo libro.
Vorrei che i morti sapessero come stai fabbricando una corda di parole
per appendervi il verso.
Mordi il cuore dell’amata come un lupo… e presentalo
su un vassoio di carta gialla,
tagliale le trecce per bendare la ferita d’una iena nera,
mordile gli occhi come uno scorpione… non esitare.
Vieni come una rana e suona
la tua campana per la palude stagnante
firma in fondo a questo foglio, entra nella tua casa come un ladro,
stai attento, strada facendo, non cada la tua ombra su una fabbrica.
Mastica la tua ombra, ingoiala come s’ingoia uno straccio avvelenato.
Affrettati e bussa alla tua porta
fino a che la tua mano vada a pezzi,
colei che ti amava non ti udrà.
Il suo braccio che fremeva in mano tua
come una bandiera sventolante o una spada di diamante,
ora il tuo anello è simile a un anello di cenere, fumo e cardo…
Guarda se puoi immaginarti Farid* crocifisso sul mio cuore,
una lama di luce , un rosso caravan** cantare sommesso
gola per ogni muro, non cesserà mai il canto,
non finiranno mai le faville del mio canto.
La matita ubriaca di veleno barcolla:
inutilmente la sorreggerebbe il carceriere, o I tuoi versi.
I ricordi irrompono come onde di cardi sulle tue palpebre,
ti tengono sveglio fino al silenzio.
Tu continui a pestare a piedi nudi il pavimento della cella,
la notte sul tuo petto come una porta chiusa,
il carceriere giunse come un martello o un fossato.
Dove vorresti andare? A casa tua?
La tua casa e’ un pugnale alle spalle.
Da tuo figlio? Tuo figlio e’ su una croce di carta,
gelato nel suo pigiamino.
Tu sarai trascinato nella strada,
cammina e inciampa,
cammina e inciampa
davanti al tuo oppressore.
Dove vorresti andare, quando il vento ti sparpaglia sulla carta.
Inginocchiati per la carta, inginocchiati.
*Prigioniero politico morto di torture
** Uccello canoro
GLI OCCHI D’ELSA LA MAROCCHINA (1972)
Ho scritto quello che ho scritto in verso eroico
E dopo aver scritto quello che ho scritto
Avevo voglia di piangere.
La Poesia – ascolta – la Poesia è un complotto
E noi non siamo che mediatori
Io ti vedo cadavere
In fondo a un bicchiere
Ho scritto quello che ho scritto
Solo per farti galleggiare
Ho combattuto contro tutti i cieli
Ho combattuto
Con una rosa
Per vederti galleggiare.
Non ho fucile.
E non sono il Movimento della Resistenza.
Io ero nel tuo sangue soltanto
Una gazzella pugnalata da un candeliere
Giacevo nelle tue vene
In intima unione con il mare
Ma essi nel tuo sangue
Ronzavano come mosche
come formiche affaccendate sulla coscia
D’una donna morta.
Annunciarono l’apertura di un nuovo bar
Annunciarono la creazione
D’un nuovo cocktail.
Mentre nelle tue vene io ero una gazzella
Formando un ruscello
Essi si immersero nel tuo sangue
Ti uscirono dagli occhi
Si tuffarono negli occhi
E ti uscirono dai seni
E si tuffarono ancora nella mano…
Giocai a scacchi con gli angeli,
Ogni notte
Gli occhi fissi sul re
E su di me gli occhi di Dio.
Ogni volta che il re era sotto scacco
Incontravo le tue mani
Per prendere pesci e uccelli
Dalle tue mani amor mio
Ascoltavo le cascate
D’elettricità nel tuo sangue
Se volteggio una volta
Nei tuoi occhi
I cieli volteggiano due volte nei miei
L’Equatore
Non mi ha mai tagliato in due
Grido per il terrore del tuono
Ogni volta che l’uva matura
Mi suicido
Con la luce di una candela
La sua fiamma fende il mio collo
Mi scolpisco
Con il brillìo di una stella lontana
La sua luce mi soffoca
Un passero si posò
Sulle mie dita
Un bicchiere nell’altra mano
Capovolsi il bicchiere
Sull’uccello
Il bicchiere divenne una trappola
Il passero in trappola
Picchiava contro il muro di vetro
Col becco e con le penne
Seguitò a battere e a tremare
E morì nel bicchiere
Tremando…
Da quel giorno io so
Che ero stato esiliato dal mio vero sangue.
Avevo abbandonato la mia mano,
E andavo alla deriva lontano
Lontano dalla mia bocca
Ero perduto.
L’Equatore, o mia donna,
Poteva tagliarmi in due.
Il volto d’ogni donna
Mi taglierebbe in due.
Diventai pauroso
Di ogni uccello che mi sorvolava
Per timore che le ali mi tagliassero in due.
Io soffio vento
Ma il mio respiro si fermò,
E abbellì il cielo con una stella.
Il mio respiro cessò
Di appannare gli specchi
Io confesso fui sconfitto
Da Dio, fui sconfitto
Gli uccelli smisero di fare il nido
Tra le mie dita
Il mio sangue divenne una gomma vischiosa
Sulle mie dita
Ora tu puoi venire alle mie dita
E sprofondare
Il grano più non cresce
Sotto le unghie
Le ferite dei morti
Non aumentano
I morti non migrano più
Dalle tombe.
Non traducono
In linguaggio
Le rose e il suolo sui loro volti
Io imploro il mio braccio amputato:
Aggràppati al mio collo
scendi dal tuo morto destriero
non essere un testimone neutrale
Per favore non m’istigate contro
La stampa legittima
Mentre vi masturbate
Io non vi chiedo una patria
Lei mi ha dato una patria
Lei è la mia patria
Sì è lei.
Trascinate i suoi capelli in tribunale
E poi impiccate i cieli
O mio Dio, come tornavo
Come, camminavo sulle acque
Come sposavo il cielo…
Star sulle cosce del cielo!
Incollai sul cielo
Tutti i francobolli che raccolsi.
Non dite a me:
Quando il tuono si fa neve
O quando il fulmine è domato
Come una rosa nel bicchiere
Non dite che tutto il fiume
Starà fermo nel nostro bicchiere
In modo che faremo stare i pesci
Diritti sulle code.
Il fiume e il bicchiere
Non furono mai e non saranno
Niente altro che la vostra camicia
Che il leone trascina alla sua tana
Essi leggono poesia in mio nome
Nei libri di conquista
E nei libri di storia
E geografia
Usano il mio cadavere
Per piantare un fico o un ulivo
Nelle pianure
Leggono preghiere sopra di me
Congelando la mia autopsia nei loro depositi
E ogni volta che mi mordono coi loro denti
Si sentono sicuri
Come se estraessero una spada dal fodero
O accendessero una candela
Patria mia, non hai casa
Prenditi la parrucca di un terremoto
O il pettine d’un turbine
E dammi la scarpa
D’una donna innamorata
Ora io posso dare medaglie al cielo
Non sono più un interprete
L’Equatore non mi può più tagliare
Il collo è un giardino pensile
Le formiche che stavano salendo nelle mie scarpe
Ora discendono con un giglio
O mio Dio…
A dispetto della morte e di ogni cosa che ho scritto
Non sono morto…Io sopravvivo
Puntai la pistola su una cosa
E le sparai.
La nave dei pirati andò in pezzi
I mari stagnanti si aprirono
Per far sgorgare migliaia di fiumi
Amor’ io sono salvo, amore
Sopravvissi alla nave dei pirati
Sopravviverò alla tua mano?
Sopravvissi al fulmine improvviso
Sopravviverò al tuo sangue?
O mio Dio, o mio amore
Come tornasti indietro
Come camminasti sulle acque
Come mi sposasti al cielo.
Quando intrecciate le dita
Le onde ci sollevarono
E cademmo sulle tue dita
Tutte le spiaggie sono le tue dita
Fra ciascun dito e l’altro
C’è un isolotto
Amore, vorrei essere
L’ultima nave
In mezzo a due delle tue dita
Mescolami un bicchiere d’ erbe e sabbia
Mescola i cieli con i mari
Gli alberi con gli uccelli
E dammi l’ultima coppa
I fiumi, amor mio,
Mi donarono le loro camicie purpuree
Io vidi uno mezzo pazzo
Io vidi, o mia signora,
La biancheria dei cieli
Divenni sempre più pazzo
Le tue mani, amor mio
Sono pazze
Sbuccia i cieli
Come un’arancia
Ghiaccia le onde per una volta
Sulla punta delle mie dita:
Così che ora io diventi più pazzo
Ora, mio amore
La mia pelle è una nuvola
La mia camicia un’onda
Le mie mani correnti
Che mi fanno andare alla deriva
Ho navigato in mezzo a due delle tue dita
Dove si trova l’isola.
Ai gabbiani:
Io chiedo a voi di non beccare le dita
Siete affamati
Anch’io lo sono.
O mio Dio,
Posso sentire la sua voce
Direbbe: vieni
L’Equatore non è più nel mio letto
il mio letto non è diviso in due
Tu là…
E io…
Qua…
Jiabra Ibrahim Jiabra
<!– @page { margin: 2cm } P { margin-bottom: 0.21cm } –>
“non sono io che piango, ma la terra”
Nato a Betlemme nel 1920, si trasferisce a Baghdad dopo la dispersione del popolo palestinese nel 1948. Ha studiato a Gerusalemme, Cambridge e Harvard. Oltre all’attività creativa vera e propria, narrativa e poetica, si è occupato di critica letteraria, di saggistica e ha tradotto i grandi della letteratura inglese. Ha pubblicato quattro raccolte poetiche, una di racconti brevi e sette romanzi. È morto a Baghdad nel 1994.
NEI DESERTI DELL’ESILIO
Nei deserti dell’esilio
si susseguono le primavere.
Che faremo del nostro amore
allorché la sabbia e la brina
avranno empito i nostri occhi?
Palestina la nostra terra,
i suoi fiori sono tatuaggi
sull’incarnato di giovani donne.
Marzo intarsia i suoi prati
con anemoni e con narcisi
e in aprile essi esplodono
di nenùferi e altri fiori.
Il suo maggio è la romanza
che cantavamo a metà giornata
avvolti nell’ombra azzurra
degli olivi della nostra vallata.
In mezzo ai campi maturi
attendevamo il compimento
delle promesse del luglio
e i balli della mietitura.
O terra, tu hai visto scorrere
la nostra infanzia come un sogno
all’ombra degli aranceti
fra i mandorli delle tue valli.
Che avremo fatto, che mai
avremo fatto del nostro amore,
allorquando i nostri occhi
allorquando le nostre bocche
saranno piene di sabbia e di brina?
Mahmud Darwish
<!– @page { margin: 2cm } P { margin-bottom: 0.21cm } TD P { margin-bottom: 0cm } A:link { so-language: zxx } –>
“Ho dentro di me un milione di usignoli/per cantare la mia canzone di lotta.”
“…Voglio un bimbo che all’alba sorrida/non un pezzo di ricambio/in strumenti di guerra./Son venuto per vivere il sole /che sorge, ma non quello che tramonta./E non ho voglia di morire /e combattere donne e bambini.”
Nato nel 1941 nel villaggio di al-Birweh, a est della città di Akko (Acri), in alta Galilea. Quando, nel 1948, l’esercito di Israele scacciò gli abitanti e rase completamente al suolo l’abitato i genitori di Mahmoud cercarono rifugio in Libano; rientrati nel loro paese illegalmente, dopo appena un anno, scoprirono che la loro terra d’origine era ormai parte dello stato di Israele, che i loro beni erano confiscati e che essi non godevano più di alcun diritto di cittadinanza, allora raggiungono Dayral-Assad, dove vivranno in semi-clandestinità.
Darvish comincia l’attività letteraria giovanissimo, milita nel partito comunista (Rakah) e lavora al suo giornale Al-Ittihad (“L’unità”). Tra il 1961 e 1970 fu arrestato e condannato più volte a pene detentive, per la sua presenza in Israele senza permesso, per le sue poesie (recitate in pubblico) e per la sua attività patriottica. Nel 1971 si rifugia a Beirut dove resterà fino all’invasione israeliana del 1982, poi sarà a Tunisi, a Parigi, ad Amman e infine a Ramallah.
Fu a capo del Centro di ricerca Palestinese, editore del giornale Palestinian Affaire Magazine, direttore dell’Associazione degli Scrittori e Giornalisti Palestinesi, fondatore del giornale dell’Associazione, Al Karmil Magazine e, più tardi, membro della Commissione Esecutiva dell’OLP, da cui si dimise nel 1993. Nel 1988 redige il testo della Dichiarazione d’Indipendenza dello Stato Palestinese .La sua produzione poetica è ricchissima e le sue opere tradotte in decine di lingue.
Alla violenza preferiva ”una via LAICA, APERTA E RAPPRESENTATIVA della società civile. Una forza che portasse avanti le rivendicazioni di indipendenza del popolo, ma con mezzi al servizio del popolo e in armonia con l’epoca moderna “.
Muore il 9 agosto 2008. Il 13 agosto a Ramallah gli vengono tributati i funerali di stato. Parallelamente da Acri partiva una processione verso il luogo del distrutto villaggio di al-Birweh.
PROMESSE DELLA TEMPESTA
Sia
bisogna sì che rifiuti la morte
che bruci le lacrime delle dolci canzoni
che sfrondi l’ulivo dei suoi rami secchi.
Se io canto la gioia
che sta dietro le palpebre
degli occhi spauriti
è perché la tempesta
e vino m’ha promesso
e arcobaleni!
È perché la tempesta
il canto ha spazzato via
degli uccelli oziosi e indifferenti
e ha smascherato nell’albero colmo di vigore
ogni infido ramo.
Sia!
Sarò fiero di te
ferita della città
dipinto in mille ombre
nelle nostre tristi notti.
Tu mi difendi dall’ombra
e dagli sguardi d’odio
quando la via mi si chiude.
Io degli occhi spauriti
sì canterò la gioia
la tempesta che già si protende
sulla mia terra mi ha promesso vino
m’ha promesso arcobaleni.
RITA E I MIEI OCCHI (POESIA PER UNA RAGAZZA EBREA)
Fra Rita e i miei occhi si leva un fucile.
Quelli che conoscono Rita,
s`inchinano e pregano i suoi occhi di miele divino.
Ho baciato Rita bambina,
lei si e` stretta a me, lo ricordo…
I suoi capelli mi coprivano il braccio.
Ricordo Rita
come l`uccello ricorda la sua fontana.
Oh, Rita!
Un milione di immagini
un milione di uccelli
un milione di appuntamenti
sono stati assassinati da un fucile.
Il nome di Rita, festa per le mie labbra.
Il corpo di Rita, nozze per il mio sangue.
Per due anni, mi sono perduto in lei.
Per due anni lei si e` distesa sul mio braccio,
uniti nel fuoco delle nostre labbra,
siamo resuscitati per due volte.
Oh, Rita!
Chi avrebbe potuto sciogliere i nostri sguardi,
prima che si levasse un fucile?
Oh, notte di silenzio!
C`era una volta…
Una luna e` calata all`alba…
Lontano, in occhi di miele
E la città ha cancellato Rita e le canzoni…
Fra Rita e i miei occhi, si leva un fucile.
“KUFR QASSEM” *
Un villaggio che sogna
il grano, i fiori della violetta
e lo sposalizio delle colombe.
Mieteteli in un solo colpo
mieteteli … mieteteli.
Un bosco d’ulivi
era sempre verde
era, amore mio.
Certo, cinquanta vittime
fecero di essa al tramonto
un stagno rosso,
cinquanta vittime.
Amore mio, non rimproverarmi
mi hanno assassinato
mi hanno assassinato.
Ti dedico ogni cosa
l’ombra e la luce
l’anello dello sposalizio
e tutto ciò che desideri
ti dedico un giardino
di fichi e ulivi.
Verrò da te come tutte le notti
introducendomi dalla finestra
e nel sogno
ti lancerò un gelsomino.
Non rimproverarmi
se tarderò un poco
loro, mi hanno fermato
o amore mio, non rimproverarmi
mi hanno assassinato
mi hanno assassinato.
“Kufr Qassem”
Sono tornato dalla morte
per vivere … per cantare
lasciami prendere la mia voce
da una ferita incandescente
e aiutami sul rancore, che
semina spine nel mio cuore.
Sono l’inviato di una ferita
sulla quale non si tratta,
il flagello del boia mi insegno’
a camminare sulla mia ferita,
camminare … camminare
e resistere !
-
venne commesso un massacro
da parte di militari israeliani.
* villaggio in cui il 29 ottobre 1956
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IN SOSTA SOPRA UN MARE
In sosta sopra un mare: breve visita la nostra.
Le parole gocce di un passato frantumato da un istante.
Da che bianco comincia la creazione?
Abbiamo forgiato un’isola
Al meridione del nostro urlo. Addio nostra piccola isola.
Veniamo a questo da nessun paese.
Veniamo dal melograno, dall’intimo di una sterile memoria veniamo.
Dalle schegge
Di un’idea noi veniamo a questa schiuma.
Non chiedeteci per quanto rimarremo tra voi, non chiedeteci nulla.
Della visita nostra. Lasciateci
Svuotare le navi lente dai resti dell’anima e del corpo.
In sosta sopra un mare: breve la visita nostra
E più breve la terra. Getteremo
Nell’acqua un’altra mela
Cerchi su cerchi. Dove andare
Quando andiamo? Dove tornare quando torniamo? Signore
Che resta dell’animo nostro ammaestrato? Che resta dei luoghi
Dei confini della terra? E altra pietra
Su cui offrire noi stessi sacrificio nuovo alla misericordia tua?
Che è rimasto dei nostri resti, a che partire ancora?
Mare, non darci canti immeritati.
Al mare antico mestiere
Alta e bassa marea
Alle donne sedurre
Ai poeti cadere in afflizione
Ai martiri esplodere in sogni
Ai saggi indurre il popolo a felice illusione.
Mare, non darci canti immeritati.
Alla terra non siamo venuti dalla lingua di questa terra.
Cresciute le piante della terra lontana e cresciuta
Sulla sabbia quest’ombra che è in noi si è protesa
A prolungare le nostre visite brevi. Quante lune
Hanno dato l’anello a chi non è di noi. Quante pietre
Ha covato la rondine nella distanza. Quanti anni
Ha dormito in sosta sopra un mare e atteso la terra
Per dire: ancora un poco e usciremo di qui.
Siamo morti per il sonno, siamo spezzati qui.
O tempo del mare, solo quanto è precario in noi perdura?
Mare, non darci canti immeritati.
Vogliamo vivere un poco, non per nulla
Ma per partire ancora.
Nulla dei nostri avi in noi ma vogliamo
Il paese del nostro caffè del mattino
L’odore delle piante primitive
Scuola nostra vogliamo
Vogliamo un nostro sepolcro
Vogliamo libertà
Quanto un teschio…quanto un canto.
Mare, non darci canti immeritati.
E vivere un poco per tornare a qualcosa.
Noi non siamo venuti per venire…
Conchiglie e stelle ci ha gettato a Cartagine il mare.
Chi ricorda parole luminose
Che per chi non ha porta si fecero patria?
E chi i nomadi antichi quando si presero il mondo…con una parola?
Chi ricorda gli uccisi accalcarsi a svelare i segreti della leggenda?
Si scordano di noi, e noi scordiamo, e la vita vive la sua vita.
Chi adesso ricorda l’inizio e quel che ne è seguito?
E vogliamo vivere un poco per tornare a una cosa.
A una cosa qualunque.
A una cosa qualunque.
A un inizio a un’isola a una nave a una fine
Al richiamo alla preghiera di una vedova ai cunicoli a una tenda.
S’è prolungata la visita breve
E intorno è morto da due anni il mare…In noi è morto il mare.
Mare, non darci canti immeritati.
Samih al-Qasim
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“ …vent’anni/di notte e filo spinato/sono la mia finestra verso te,/sono ancora un amore vietato..”. (da “GAZA”)
Nato da famiglia drusa nel 1939 ad al-Zarqa, a nord della Giordania, al-Qasim è vissuto in Galilea e ha studiato a Nazaret. Comincia l’attività letteraria sulle pagine di “al-Ittihad”, organo del partito comunista Rakah, più volte imprigionato e assegnato a residenza coatta, viene allontanato dall’insegnamento a partire dall’occupazione israeliana del 1967.
Ha pubblicato numerose raccolte di poesie, alcune delle quali sono state messe in musica e molte tradotte nelle lingue europee.
Oggi lavora come giornalista e dirige il giornale arabo-israeliano Kul al Arab.
FINE DELLA DISCUSSIONE COL SECONDINO
Dallo spioncino della più piccola delle celle
vedo alberi che mi sorridono,
tetti affollati dalla mia gente,
finestre che piangono pregano per me.
Dallo spioncino – è la più piccola cella -
vedo la tua, la più grande.
Febbraio 16, 2009
OGGETTO: Invito a partecipare al progetto Moesia
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IL PROGETTO:
“Moesia” è laboratorio gratuito che prevede l’inclusione di soggetti coinvolti nel mondo perugino della musica e della poesia. Il tentativo è di creare un percorso di integrazione tra forme e linguaggi artistici spesso in contatto tra loro, nel tentativo di sviluppare nuovi codici espressivi attraverso collaborazioni aperte. Dall’attività del laboratorio verranno prodotte tracce musicali nate dalla collaborazione tra poeti e musicisti da far confluire in una compilation a diffusione gratuita, i risultati saranno presentati sotto forma di eventi dal vivo in alcuni locali del centro storico di Perugia.
L’intento è quello di creare sinergie e momenti di incontro tra artisti presenti sul territorio, offrire uno spazio libero e gratuito di registrazione e scambio culturale, valorizzare poeti e gruppi emergenti, fornire possibilità di produzione e visibilità artistica attraverso la distribuzione gratuita del cd compilation, produrre eventi musicali all’interno del circuito notturno perugino.
Le collaborazioni nate tra i diversi gruppi di musicisti e poeti daranno luogo a singoli eventi performativi in diversi locali del loisir perugino tra cui il Kandinsky pub, il Loop cafè ed il circolo arci Island. Il progetto è mirato a creare una propria scena collaborativa tra gli artisti con caratteri permanenti che possano dare sviluppo a future edizioni della compilation gratuita ed alla formazione di collettivi artistici in grado di creare altre realtà produttive.
L’INVITO:
Qualora fossi interessato a partecipare al progetto nelle vesti di musicista o di poeta ti invitiamo ad una
prima riunione organizzativa Giovedì 26 Febbraio alle 0re 21:30 presso il circolo arci Island di Via Magnini,
Pg. Referenti: Nico 3289243782 Jaxx 3492964457 Raffa () arrivo@oziosi.org
Febbraio 15, 2009
MOESIA
Amore ispirato io non ti ho lasciato ma mi incricco
som’ alato
ma tu ma tu
matusalemme
amore tenero come un buon piatto caldo
io non ti ho mangiato.
Giugno 17, 2008
apertura siti
Sono stati aperti i seguenti siti:
Ricordiamo inoltre che i racconti pubblicati in questo sito di wordpress sono il risultato del concorso letterario IRONICOMICO indetto nel 2007. Grazie.
Arrivo Ass Cult



