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Marzo 16, 2009

Rashid Husayn

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…Il colore dei tuoi occhi è mio padre/e pianta melograni e fichi./Dice: saranno figli /e canteranno,/per le notti canteranno…” (da GERUSALEMME NEGLI OCCHI)

Nato a Masmas in Galilea nel 1936 è traduttore in arabo ed ebraico e redige il giornale “al-Fagr” (L’Alba) fino al 1962 quando ne viene imposta la chiusura dalle autorità israeliane. Nel 1967 viene sospeso dall’insegnamento ed è costretto a lasciare il suo paese per gli USA. Nel 1973 è a Damasco, dove dirige la radio damascena in lingua ebraica. Durante il breve soggiorno siriano fonda il centro di ricerche al-Ard (La terra) e il giornale omonimo. Ha pubblicato quattro raccolte di poesie.

È morto a New York nel 1980, nel corso di un incendio, in circostanze mai chiarite.

GERUSALEMME NEGLI OCCHI

Il colore dei tuoi occhi è la palma

il colore dei tuoi occhi è la vigna.

Palma e vigna. Sì, per Gerusalemme

è il mio amore il colore dei tuoi occhi

caro, sì, mille volte,

per mille volte caro,

il colore dei tuoi occhi ferito

come il mio canto, bello

come il mio amore, lungo

come in me la prigionia.

Il colore dei tuoi occhi è mio padre

e pianta melograni e fichi.

Dice: saranno figli

e canteranno,

per le notti canteranno.

Sì, fico e melograno. È Saladino

il colore dei tuoi occhi,

colore pena per vili,

colore mietitura,

il colore dei tuoi occhi raccolto,

il colore dei tuoi occhi rivolta

del mio paese. Il colore

dei tuoi occhi, paziente

come mia madre, generoso come

le mie pianure, orgoglio

dei miei monti, il colore

dei tuoi occhi colombe

aquile nel mio cielo

nella rivolta mia.

NON VOGLIO

Nel mio paese non voglio

che i ribelli feriscano una spiga,

non voglio che un bambino,

qual si sia, porti una bomba,

non voglio, no, non voglio

che mia sorella prenda il fucile,

non voglio quello che volete voi…

ma che cosa farebbero i profeti

se i cavalli degli assassini

s’abbeverassero dei loro occhi?

Non voglio, no, un bambino

a dieci anni un eroe,

non voglio frutto di bombe

dal cuore dell’albero mio,

non voglio che dei rami

dei miei giardini si facciano forche,

non voglio nelle aiuole

forche in legno di rosa,

qui nella terra mia.

Non voglio quello che volete voi

ma dopo il rogo del paese mio

e dei compagni miei

e della giovinezza,

come può il canto non farsi fucile?

ODIARE, FORSE?

Odiare forse un popolo

la cui carne fu cenere

sotto una mano iniqua?

Odiare anche i bambini

-l’età dei miei fratelli-

se hanno un padre che beve

vino sulle mie lacrime?

Pure l’odio al carnefice,

e il perdono ai suoi figli,

sarà, sempre, sarà ancora,

nonostante la miseria?

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