Arrivo’s Weblog

Marzo 16, 2009

Mu‘in Bsisu (o Bseiso)

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I ricchi hanno Dio e la polizia. I poveri hanno le stelle ed i poeti”

Nato a Gaza nel 1927, da famiglia cristiana. Studente di giornalismo all’Università Americana del Cairo, viene arrestato per la sua militanza comunista, motivo per cui ,in seguito, verrà imprigionato più volte . Insegna arabo in Iraq e a Gaza fino all’occupazione israeliana del 1967. È redattore del maggiore giornale egiziano Al-Ahram fino al 1970. In Libano fino al 1982, collabora con l’OLP e col poeta e amico Mahmud Darwish con il quale firmerà il componimento “Lettera a un soldato israeliano”. Muore esule a Londra nel 1984.

Aperta alla lezione internazionale delle avanguardie letterarie del Novecento, la poesia di Bsisu è una delle più moderne e sofferte testimonianze della poesia araba palestinese.

LA LUNA DICIOTTO ANNI DOPO

Qui si arrestano le tracce dei passi
qui dietro le rocce le tende gli alberi
la luna giace fra i lupi
con i cani e con le pietre
e vende la sua faccia
per un pugnale una candela,
e una treccia di pioggia.


Non gettate sassi nei loro fuochi,
non sottraete gli anelli di vetro
sfilandoli dalle dita degli zingari
Essi stanno addormentati
così come i pesci le pietre gli alberi


Qui si arrestano le tracce dei passi
qui la luna geme per le doglie
e voi – o zingari -
date a lei i vostri anelli di vetro,
donatele i vostri braccialetti blu!

POESIA SCRITTA SU CARTA DI SIGARETTE

(scritta in carcere nel 1961)

Inginocchiati per un foglio di carta,

inginocchiati.

Intingi la penna negli occhi di tuo figlio e scrivi quello che ti ordina:

i connotati di colui che ti massacro’

sulla soglia di casa, con la penna.

Ammucchia i tuoi giorni davanti a te come carta,

non essere timido… chiedi un fiammifero al tuo oppressore…

fabbrica col torbido miscuglio di cenere e fumo

qualche foglio per il tuo libro.

Vorrei che i morti sapessero come stai fabbricando una corda di parole

per appendervi il verso.

Mordi il cuore dell’amata come un lupo… e presentalo

su un vassoio di carta gialla,

tagliale le trecce per bendare la ferita d’una iena nera,

mordile gli occhi come uno scorpione… non esitare.

Vieni come una rana e suona

la tua campana per la palude stagnante

firma in fondo a questo foglio, entra nella tua casa come un ladro,

stai attento, strada facendo, non cada la tua ombra su una fabbrica.

Mastica la tua ombra, ingoiala come s’ingoia uno straccio avvelenato.

Affrettati e bussa alla tua porta

fino a che la tua mano vada a pezzi,

colei che ti amava non ti udrà.

Il suo braccio che fremeva in mano tua

come una bandiera sventolante o una spada di diamante,

ora il tuo anello è simile a un anello di cenere, fumo e cardo…

Guarda se puoi immaginarti Farid* crocifisso sul mio cuore,

una lama di luce , un rosso caravan** cantare sommesso

gola per ogni muro, non cesserà mai il canto,

non finiranno mai le faville del mio canto.

La matita ubriaca di veleno barcolla:

inutilmente la sorreggerebbe il carceriere, o I tuoi versi.

I ricordi irrompono come onde di cardi sulle tue palpebre,

ti tengono sveglio fino al silenzio.

Tu continui a pestare a piedi nudi il pavimento della cella,

la notte sul tuo petto come una porta chiusa,

il carceriere giunse come un martello o un fossato.

Dove vorresti andare? A casa tua?

La tua casa e’ un pugnale alle spalle.

Da tuo figlio? Tuo figlio e’ su una croce di carta,

gelato nel suo pigiamino.

Tu sarai trascinato nella strada,

cammina e inciampa,

cammina e inciampa

davanti al tuo oppressore.

Dove vorresti andare, quando il vento ti sparpaglia sulla carta.

Inginocchiati per la carta, inginocchiati.

*Prigioniero politico morto di torture

** Uccello canoro

GLI OCCHI D’ELSA LA MAROCCHINA (1972)

Ho scritto quello che ho scritto in verso eroico

E dopo aver scritto quello che ho scritto

Avevo voglia di piangere.

La Poesia – ascolta – la Poesia è un complotto

E noi non siamo che mediatori

Io ti vedo cadavere

In fondo a un bicchiere

Ho scritto quello che ho scritto

Solo per farti galleggiare

Ho combattuto contro tutti i cieli

Ho combattuto

Con una rosa

Per vederti galleggiare.

Non ho fucile.

E non sono il Movimento della Resistenza.

Io ero nel tuo sangue soltanto

Una gazzella pugnalata da un candeliere

Giacevo nelle tue vene

In intima unione con il mare

Ma essi nel tuo sangue

Ronzavano come mosche

come formiche affaccendate sulla coscia

D’una donna morta.

Annunciarono l’apertura di un nuovo bar

Annunciarono la creazione

D’un nuovo cocktail.

Mentre nelle tue vene io ero una gazzella

Formando un ruscello

Essi si immersero nel tuo sangue

Ti uscirono dagli occhi

Si tuffarono negli occhi

E ti uscirono dai seni

E si tuffarono ancora nella mano…

Giocai a scacchi con gli angeli,

Ogni notte

Gli occhi fissi sul re

E su di me gli occhi di Dio.

Ogni volta che il re era sotto scacco

Incontravo le tue mani

Per prendere pesci e uccelli

Dalle tue mani amor mio

Ascoltavo le cascate

D’elettricità nel tuo sangue

Se volteggio una volta

Nei tuoi occhi

I cieli volteggiano due volte nei miei

L’Equatore

Non mi ha mai tagliato in due

Grido per il terrore del tuono

Ogni volta che l’uva matura

Mi suicido

Con la luce di una candela

La sua fiamma fende il mio collo

Mi scolpisco

Con il brillìo di una stella lontana

La sua luce mi soffoca

Un passero si posò

Sulle mie dita

Un bicchiere nell’altra mano

Capovolsi il bicchiere

Sull’uccello

Il bicchiere divenne una trappola

Il passero in trappola

Picchiava contro il muro di vetro

Col becco e con le penne

Seguitò a battere e a tremare

E morì nel bicchiere

Tremando…

Da quel giorno io so

Che ero stato esiliato dal mio vero sangue.

Avevo abbandonato la mia mano,

E andavo alla deriva lontano

Lontano dalla mia bocca

Ero perduto.

L’Equatore, o mia donna,

Poteva tagliarmi in due.

Il volto d’ogni donna

Mi taglierebbe in due.

Diventai pauroso

Di ogni uccello che mi sorvolava

Per timore che le ali mi tagliassero in due.

Io soffio vento

Ma il mio respiro si fermò,

E abbellì il cielo con una stella.

Il mio respiro cessò

Di appannare gli specchi

Io confesso fui sconfitto

Da Dio, fui sconfitto

Gli uccelli smisero di fare il nido

Tra le mie dita

Il mio sangue divenne una gomma vischiosa

Sulle mie dita

Ora tu puoi venire alle mie dita

E sprofondare

Il grano più non cresce

Sotto le unghie

Le ferite dei morti

Non aumentano

I morti non migrano più

Dalle tombe.

Non traducono

In linguaggio

Le rose e il suolo sui loro volti

Io imploro il mio braccio amputato:

Aggràppati al mio collo

scendi dal tuo morto destriero

non essere un testimone neutrale

Per favore non m’istigate contro

La stampa legittima

Mentre vi masturbate

Io non vi chiedo una patria

Lei mi ha dato una patria

Lei è la mia patria

Sì è lei.

Trascinate i suoi capelli in tribunale

E poi impiccate i cieli

O mio Dio, come tornavo

Come, camminavo sulle acque

Come sposavo il cielo…

Star sulle cosce del cielo!

Incollai sul cielo

Tutti i francobolli che raccolsi.

Non dite a me:

Quando il tuono si fa neve

O quando il fulmine è domato

Come una rosa nel bicchiere

Non dite che tutto il fiume

Starà fermo nel nostro bicchiere

In modo che faremo stare i pesci

Diritti sulle code.

Il fiume e il bicchiere

Non furono mai e non saranno

Niente altro che la vostra camicia

Che il leone trascina alla sua tana

Essi leggono poesia in mio nome

Nei libri di conquista

E nei libri di storia

E geografia

Usano il mio cadavere

Per piantare un fico o un ulivo

Nelle pianure

Leggono preghiere sopra di me

Congelando la mia autopsia nei loro depositi

E ogni volta che mi mordono coi loro denti

Si sentono sicuri

Come se estraessero una spada dal fodero

O accendessero una candela

Patria mia, non hai casa

Prenditi la parrucca di un terremoto

O il pettine d’un turbine

E dammi la scarpa

D’una donna innamorata

Ora io posso dare medaglie al cielo

Non sono più un interprete

L’Equatore non mi può più tagliare

Il collo è un giardino pensile

Le formiche che stavano salendo nelle mie scarpe

Ora discendono con un giglio

O mio Dio…

A dispetto della morte e di ogni cosa che ho scritto

Non sono morto…Io sopravvivo

Puntai la pistola su una cosa

E le sparai.

La nave dei pirati andò in pezzi

I mari stagnanti si aprirono

Per far sgorgare migliaia di fiumi

Amor’ io sono salvo, amore

Sopravvissi alla nave dei pirati

Sopravviverò alla tua mano?

Sopravvissi al fulmine improvviso

Sopravviverò al tuo sangue?

O mio Dio, o mio amore

Come tornasti indietro

Come camminasti sulle acque

Come mi sposasti al cielo.

Quando intrecciate le dita

Le onde ci sollevarono

E cademmo sulle tue dita

Tutte le spiaggie sono le tue dita

Fra ciascun dito e l’altro

C’è un isolotto

Amore, vorrei essere

L’ultima nave

In mezzo a due delle tue dita

Mescolami un bicchiere d’ erbe e sabbia

Mescola i cieli con i mari

Gli alberi con gli uccelli

E dammi l’ultima coppa

I fiumi, amor mio,

Mi donarono le loro camicie purpuree

Io vidi uno mezzo pazzo

Io vidi, o mia signora,

La biancheria dei cieli

Divenni sempre più pazzo

Le tue mani, amor mio

Sono pazze

Sbuccia i cieli

Come un’arancia

Ghiaccia le onde per una volta

Sulla punta delle mie dita:

Così che ora io diventi più pazzo

Ora, mio amore

La mia pelle è una nuvola

La mia camicia un’onda

Le mie mani correnti

Che mi fanno andare alla deriva

Ho navigato in mezzo a due delle tue dita

Dove si trova l’isola.

Ai gabbiani:

Io chiedo a voi di non beccare le dita

Siete affamati

Anch’io lo sono.

O mio Dio,

Posso sentire la sua voce

Direbbe: vieni

L’Equatore non è più nel mio letto

il mio letto non è diviso in due

Tu là…

E io…

Qua…

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