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“Ho dentro di me un milione di usignoli/per cantare la mia canzone di lotta.”
“…Voglio un bimbo che all’alba sorrida/non un pezzo di ricambio/in strumenti di guerra./Son venuto per vivere il sole /che sorge, ma non quello che tramonta./E non ho voglia di morire /e combattere donne e bambini.”
Nato nel 1941 nel villaggio di al-Birweh, a est della città di Akko (Acri), in alta Galilea. Quando, nel 1948, l’esercito di Israele scacciò gli abitanti e rase completamente al suolo l’abitato i genitori di Mahmoud cercarono rifugio in Libano; rientrati nel loro paese illegalmente, dopo appena un anno, scoprirono che la loro terra d’origine era ormai parte dello stato di Israele, che i loro beni erano confiscati e che essi non godevano più di alcun diritto di cittadinanza, allora raggiungono Dayral-Assad, dove vivranno in semi-clandestinità.
Darvish comincia l’attività letteraria giovanissimo, milita nel partito comunista (Rakah) e lavora al suo giornale Al-Ittihad (“L’unità”). Tra il 1961 e 1970 fu arrestato e condannato più volte a pene detentive, per la sua presenza in Israele senza permesso, per le sue poesie (recitate in pubblico) e per la sua attività patriottica. Nel 1971 si rifugia a Beirut dove resterà fino all’invasione israeliana del 1982, poi sarà a Tunisi, a Parigi, ad Amman e infine a Ramallah.
Fu a capo del Centro di ricerca Palestinese, editore del giornale Palestinian Affaire Magazine, direttore dell’Associazione degli Scrittori e Giornalisti Palestinesi, fondatore del giornale dell’Associazione, Al Karmil Magazine e, più tardi, membro della Commissione Esecutiva dell’OLP, da cui si dimise nel 1993. Nel 1988 redige il testo della Dichiarazione d’Indipendenza dello Stato Palestinese .La sua produzione poetica è ricchissima e le sue opere tradotte in decine di lingue.
Alla violenza preferiva ”una via LAICA, APERTA E RAPPRESENTATIVA della società civile. Una forza che portasse avanti le rivendicazioni di indipendenza del popolo, ma con mezzi al servizio del popolo e in armonia con l’epoca moderna “.
Muore il 9 agosto 2008. Il 13 agosto a Ramallah gli vengono tributati i funerali di stato. Parallelamente da Acri partiva una processione verso il luogo del distrutto villaggio di al-Birweh.
PROMESSE DELLA TEMPESTA
Sia
bisogna sì che rifiuti la morte
che bruci le lacrime delle dolci canzoni
che sfrondi l’ulivo dei suoi rami secchi.
Se io canto la gioia
che sta dietro le palpebre
degli occhi spauriti
è perché la tempesta
e vino m’ha promesso
e arcobaleni!
È perché la tempesta
il canto ha spazzato via
degli uccelli oziosi e indifferenti
e ha smascherato nell’albero colmo di vigore
ogni infido ramo.
Sia!
Sarò fiero di te
ferita della città
dipinto in mille ombre
nelle nostre tristi notti.
Tu mi difendi dall’ombra
e dagli sguardi d’odio
quando la via mi si chiude.
Io degli occhi spauriti
sì canterò la gioia
la tempesta che già si protende
sulla mia terra mi ha promesso vino
m’ha promesso arcobaleni.
RITA E I MIEI OCCHI (POESIA PER UNA RAGAZZA EBREA)
Fra Rita e i miei occhi si leva un fucile.
Quelli che conoscono Rita,
s`inchinano e pregano i suoi occhi di miele divino.
Ho baciato Rita bambina,
lei si e` stretta a me, lo ricordo…
I suoi capelli mi coprivano il braccio.
Ricordo Rita
come l`uccello ricorda la sua fontana.
Oh, Rita!
Un milione di immagini
un milione di uccelli
un milione di appuntamenti
sono stati assassinati da un fucile.
Il nome di Rita, festa per le mie labbra.
Il corpo di Rita, nozze per il mio sangue.
Per due anni, mi sono perduto in lei.
Per due anni lei si e` distesa sul mio braccio,
uniti nel fuoco delle nostre labbra,
siamo resuscitati per due volte.
Oh, Rita!
Chi avrebbe potuto sciogliere i nostri sguardi,
prima che si levasse un fucile?
Oh, notte di silenzio!
C`era una volta…
Una luna e` calata all`alba…
Lontano, in occhi di miele
E la città ha cancellato Rita e le canzoni…
Fra Rita e i miei occhi, si leva un fucile.
“KUFR QASSEM” *
Un villaggio che sogna
il grano, i fiori della violetta
e lo sposalizio delle colombe.
Mieteteli in un solo colpo
mieteteli … mieteteli.
Un bosco d’ulivi
era sempre verde
era, amore mio.
Certo, cinquanta vittime
fecero di essa al tramonto
un stagno rosso,
cinquanta vittime.
Amore mio, non rimproverarmi
mi hanno assassinato
mi hanno assassinato.
Ti dedico ogni cosa
l’ombra e la luce
l’anello dello sposalizio
e tutto ciò che desideri
ti dedico un giardino
di fichi e ulivi.
Verrò da te come tutte le notti
introducendomi dalla finestra
e nel sogno
ti lancerò un gelsomino.
Non rimproverarmi
se tarderò un poco
loro, mi hanno fermato
o amore mio, non rimproverarmi
mi hanno assassinato
mi hanno assassinato.
“Kufr Qassem”
Sono tornato dalla morte
per vivere … per cantare
lasciami prendere la mia voce
da una ferita incandescente
e aiutami sul rancore, che
semina spine nel mio cuore.
Sono l’inviato di una ferita
sulla quale non si tratta,
il flagello del boia mi insegno’
a camminare sulla mia ferita,
camminare … camminare
e resistere !
-
venne commesso un massacro
da parte di militari israeliani.
* villaggio in cui il 29 ottobre 1956
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IN SOSTA SOPRA UN MARE
In sosta sopra un mare: breve visita la nostra.
Le parole gocce di un passato frantumato da un istante.
Da che bianco comincia la creazione?
Abbiamo forgiato un’isola
Al meridione del nostro urlo. Addio nostra piccola isola.
Veniamo a questo da nessun paese.
Veniamo dal melograno, dall’intimo di una sterile memoria veniamo.
Dalle schegge
Di un’idea noi veniamo a questa schiuma.
Non chiedeteci per quanto rimarremo tra voi, non chiedeteci nulla.
Della visita nostra. Lasciateci
Svuotare le navi lente dai resti dell’anima e del corpo.
In sosta sopra un mare: breve la visita nostra
E più breve la terra. Getteremo
Nell’acqua un’altra mela
Cerchi su cerchi. Dove andare
Quando andiamo? Dove tornare quando torniamo? Signore
Che resta dell’animo nostro ammaestrato? Che resta dei luoghi
Dei confini della terra? E altra pietra
Su cui offrire noi stessi sacrificio nuovo alla misericordia tua?
Che è rimasto dei nostri resti, a che partire ancora?
Mare, non darci canti immeritati.
Al mare antico mestiere
Alta e bassa marea
Alle donne sedurre
Ai poeti cadere in afflizione
Ai martiri esplodere in sogni
Ai saggi indurre il popolo a felice illusione.
Mare, non darci canti immeritati.
Alla terra non siamo venuti dalla lingua di questa terra.
Cresciute le piante della terra lontana e cresciuta
Sulla sabbia quest’ombra che è in noi si è protesa
A prolungare le nostre visite brevi. Quante lune
Hanno dato l’anello a chi non è di noi. Quante pietre
Ha covato la rondine nella distanza. Quanti anni
Ha dormito in sosta sopra un mare e atteso la terra
Per dire: ancora un poco e usciremo di qui.
Siamo morti per il sonno, siamo spezzati qui.
O tempo del mare, solo quanto è precario in noi perdura?
Mare, non darci canti immeritati.
Vogliamo vivere un poco, non per nulla
Ma per partire ancora.
Nulla dei nostri avi in noi ma vogliamo
Il paese del nostro caffè del mattino
L’odore delle piante primitive
Scuola nostra vogliamo
Vogliamo un nostro sepolcro
Vogliamo libertà
Quanto un teschio…quanto un canto.
Mare, non darci canti immeritati.
E vivere un poco per tornare a qualcosa.
Noi non siamo venuti per venire…
Conchiglie e stelle ci ha gettato a Cartagine il mare.
Chi ricorda parole luminose
Che per chi non ha porta si fecero patria?
E chi i nomadi antichi quando si presero il mondo…con una parola?
Chi ricorda gli uccisi accalcarsi a svelare i segreti della leggenda?
Si scordano di noi, e noi scordiamo, e la vita vive la sua vita.
Chi adesso ricorda l’inizio e quel che ne è seguito?
E vogliamo vivere un poco per tornare a una cosa.
A una cosa qualunque.
A una cosa qualunque.
A un inizio a un’isola a una nave a una fine
Al richiamo alla preghiera di una vedova ai cunicoli a una tenda.
S’è prolungata la visita breve
E intorno è morto da due anni il mare…In noi è morto il mare.
Mare, non darci canti immeritati.
