Arrivo’s Weblog

Marzo 16, 2009

Mahmud Darwish

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Ho dentro di me un milione di usignoli/per cantare la mia canzone di lotta.”

…Voglio un bimbo che all’alba sorrida/non un pezzo di ricambio/in strumenti di guerra./Son venuto per vivere il sole /che sorge, ma non quello che tramonta./E non ho voglia di morire /e combattere donne e bambini.”

Nato nel 1941 nel villaggio di al-Birweh, a est della città di Akko (Acri), in alta Galilea. Quando, nel 1948, l’esercito di Israele scacciò gli abitanti e rase completamente al suolo l’abitato i genitori di Mahmoud cercarono rifugio in Libano; rientrati nel loro paese illegalmente, dopo appena un anno, scoprirono che la loro terra d’origine era ormai parte dello stato di Israele, che i loro beni erano confiscati e che essi non godevano più di alcun diritto di cittadinanza, allora raggiungono Dayral-Assad, dove vivranno in semi-clandestinità.

Darvish comincia l’attività letteraria giovanissimo, milita nel partito comunista (Rakah) e lavora al suo giornale Al-Ittihad (“L’unità”). Tra il 1961 e 1970 fu arrestato e condannato più volte a pene detentive, per la sua presenza in Israele senza permesso, per le sue poesie (recitate in pubblico) e per la sua attività patriottica. Nel 1971 si rifugia a Beirut dove resterà fino all’invasione israeliana del 1982, poi sarà a Tunisi, a Parigi, ad Amman e infine a Ramallah.

Fu a capo del Centro di ricerca Palestinese, editore del giornale Palestinian Affaire Magazine, direttore dell’Associazione degli Scrittori e Giornalisti Palestinesi, fondatore del giornale dell’Associazione, Al Karmil Magazine e, più tardi, membro della Commissione Esecutiva dell’OLP, da cui si dimise nel 1993. Nel 1988 redige il testo della Dichiarazione d’Indipendenza dello Stato Palestinese .La sua produzione poetica è ricchissima e le sue opere tradotte in decine di lingue.

Alla violenza preferiva ”una via LAICA, APERTA E RAPPRESENTATIVA della società civile. Una forza che portasse avanti le rivendicazioni di indipendenza del popolo, ma con mezzi al servizio del popolo e in armonia con l’epoca moderna “.

Muore il 9 agosto 2008. Il 13 agosto a Ramallah gli vengono tributati i funerali di stato. Parallelamente da Acri partiva una processione verso il luogo del distrutto villaggio di al-Birweh.

PROMESSE DELLA TEMPESTA

Sia

bisogna sì che rifiuti la morte

che bruci le lacrime delle dolci canzoni

che sfrondi l’ulivo dei suoi rami secchi.

Se io canto la gioia

che sta dietro le palpebre

degli occhi spauriti

è perché la tempesta

e vino m’ha promesso

e arcobaleni!

È perché la tempesta

il canto ha spazzato via

degli uccelli oziosi e indifferenti

e ha smascherato nell’albero colmo di vigore

ogni infido ramo.

Sia!

Sarò fiero di te

ferita della città

dipinto in mille ombre

nelle nostre tristi notti.

Tu mi difendi dall’ombra

e dagli sguardi d’odio

quando la via mi si chiude.

Io degli occhi spauriti

sì canterò la gioia

la tempesta che già si protende

sulla mia terra mi ha promesso vino

m’ha promesso arcobaleni.

RITA E I MIEI OCCHI (POESIA PER UNA RAGAZZA EBREA)

Fra Rita e i miei occhi si leva un fucile.

Quelli che conoscono Rita,

s`inchinano e pregano i suoi occhi di miele divino.

Ho baciato Rita bambina,

lei si e` stretta a me, lo ricordo…

I suoi capelli mi coprivano il braccio.

Ricordo Rita

come l`uccello ricorda la sua fontana.

Oh, Rita!

Un milione di immagini

un milione di uccelli

un milione di appuntamenti

sono stati assassinati da un fucile.

Il nome di Rita, festa per le mie labbra.

Il corpo di Rita, nozze per il mio sangue.

Per due anni, mi sono perduto in lei.

Per due anni lei si e` distesa sul mio braccio,

uniti nel fuoco delle nostre labbra,

siamo resuscitati per due volte.

Oh, Rita!

Chi avrebbe potuto sciogliere i nostri sguardi,

prima che si levasse un fucile?

Oh, notte di silenzio!

C`era una volta…

Una luna e` calata all`alba…

Lontano, in occhi di miele

E la città ha cancellato Rita e le canzoni…

Fra Rita e i miei occhi, si leva un fucile.

KUFR QASSEM” *

Un villaggio che sogna

il grano, i fiori della violetta

e lo sposalizio delle colombe.

Mieteteli in un solo colpo

mieteteli … mieteteli.

Un bosco d’ulivi

era sempre verde

era, amore mio.

Certo, cinquanta vittime

fecero di essa al tramonto

un stagno rosso,

cinquanta vittime.

Amore mio, non rimproverarmi

mi hanno assassinato

mi hanno assassinato.

Ti dedico ogni cosa

l’ombra e la luce

l’anello dello sposalizio

e tutto ciò che desideri

ti dedico un giardino

di fichi e ulivi.

Verrò da te come tutte le notti

introducendomi dalla finestra

e nel sogno

ti lancerò un gelsomino.

Non rimproverarmi

se tarderò un poco

loro, mi hanno fermato

o amore mio, non rimproverarmi

mi hanno assassinato

mi hanno assassinato.

Kufr Qassem”

Sono tornato dalla morte

per vivere … per cantare

lasciami prendere la mia voce

da una ferita incandescente

e aiutami sul rancore, che

semina spine nel mio cuore.

Sono l’inviato di una ferita

sulla quale non si tratta,

il flagello del boia mi insegno’

a camminare sulla mia ferita,

camminare … camminare

e resistere !

    • venne commesso un massacro

      da parte di militari israeliani.

  • * villaggio in cui il 29 ottobre 1956

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IN SOSTA SOPRA UN MARE

In sosta sopra un mare: breve visita la nostra.

Le parole gocce di un passato frantumato da un istante.

Da che bianco comincia la creazione?

Abbiamo forgiato un’isola

Al meridione del nostro urlo. Addio nostra piccola isola.

Veniamo a questo da nessun paese.

Veniamo dal melograno, dall’intimo di una sterile memoria veniamo.

Dalle schegge

Di un’idea noi veniamo a questa schiuma.

Non chiedeteci per quanto rimarremo tra voi, non chiedeteci nulla.

Della visita nostra. Lasciateci

Svuotare le navi lente dai resti dell’anima e del corpo.

In sosta sopra un mare: breve la visita nostra

E più breve la terra. Getteremo

Nell’acqua un’altra mela

Cerchi su cerchi. Dove andare

Quando andiamo? Dove tornare quando torniamo? Signore

Che resta dell’animo nostro ammaestrato? Che resta dei luoghi

Dei confini della terra? E altra pietra

Su cui offrire noi stessi sacrificio nuovo alla misericordia tua?

Che è rimasto dei nostri resti, a che partire ancora?

Mare, non darci canti immeritati.

Al mare antico mestiere

Alta e bassa marea

Alle donne sedurre

Ai poeti cadere in afflizione

Ai martiri esplodere in sogni

Ai saggi indurre il popolo a felice illusione.

Mare, non darci canti immeritati.

Alla terra non siamo venuti dalla lingua di questa terra.

Cresciute le piante della terra lontana e cresciuta

Sulla sabbia quest’ombra che è in noi si è protesa

A prolungare le nostre visite brevi. Quante lune

Hanno dato l’anello a chi non è di noi. Quante pietre

Ha covato la rondine nella distanza. Quanti anni

Ha dormito in sosta sopra un mare e atteso la terra

Per dire: ancora un poco e usciremo di qui.

Siamo morti per il sonno, siamo spezzati qui.

O tempo del mare, solo quanto è precario in noi perdura?

Mare, non darci canti immeritati.

Vogliamo vivere un poco, non per nulla

Ma per partire ancora.

Nulla dei nostri avi in noi ma vogliamo

Il paese del nostro caffè del mattino

L’odore delle piante primitive

Scuola nostra vogliamo

Vogliamo un nostro sepolcro

Vogliamo libertà

Quanto un teschio…quanto un canto.

Mare, non darci canti immeritati.

E vivere un poco per tornare a qualcosa.

Noi non siamo venuti per venire…

Conchiglie e stelle ci ha gettato a Cartagine il mare.

Chi ricorda parole luminose

Che per chi non ha porta si fecero patria?

E chi i nomadi antichi quando si presero il mondo…con una parola?

Chi ricorda gli uccisi accalcarsi a svelare i segreti della leggenda?

Si scordano di noi, e noi scordiamo, e la vita vive la sua vita.

Chi adesso ricorda l’inizio e quel che ne è seguito?

E vogliamo vivere un poco per tornare a una cosa.

A una cosa qualunque.

A una cosa qualunque.

A un inizio a un’isola a una nave a una fine

Al richiamo alla preghiera di una vedova ai cunicoli a una tenda.

S’è prolungata la visita breve

E intorno è morto da due anni il mare…In noi è morto il mare.

Mare, non darci canti immeritati.

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