3 Settembre 2010
In piazza CA’ MUGGINI, a Cantalupo in Sabina.
Aspetto il corso di letteratura. Sono in sta piazza,solo. I vicoli son colorati a seconda un percorso artistico, le varie arterie della città. Ho trovato accomodation, discreta, un morbido materasso. Mi sento un po’ provato dal viaggio. Comunque, siedo su una panchina, in beata solitudine. Qualcuno pulisce la casa con l’aspirapolvere, c’è un gazebo con rumore di frigoriferi. Il mio nome è affisso, davanti la biblio, sul pannello indaco. Un bellissimo venticello ristora.
E’ ita, soddisfatto sogno. Tutto riacquista senso.
Gran finale musicale, ho nuovo materiale sul pc e un altro ne aspetto. Solidi sguardi, penetranti. Le note di là, waitin’ for a book. Lemme lemme la giusta nottata. Come si chiama, abasabina.it, qualcosa del genere.
4 Settembre 2010
Al bar della Piazza di Cantalupo in Sabina. Grande energia mattutina, panorama stupendo, ho più fame di prima. Tramezzino giallorosso. Na’ poesia, stamattina me sento strano. Con appetito, con voglia de bacià, con Roma dentro, la Roma. E voglia di tornare a Londra. Eterno stupendo panorama delle campagne sabine, mentre la radio manda Take it Easy. Voglia de fumà. Non se po’, arriva un cucciolo di bimba coi capelli di cotone, la stessa che ieri sera, in lacrime, va da papà che qualcuno le ha fatto del male, gli indica la bimba, il papà col sorriso la convince che va tutto bbbene. Che spettacolo.
Ho fatto un salto dall’editore del paese. Stupendo. Dopo il caffè, a miscela Morganti, del Bar Garibaldi della piazza, che prenderò nella saletta con la finestra romantica, dove siede un signore calmo che legge notizie dal quotidiano, e dall’altro lato un ragazzo intento a trovar fortuna sulle slot machines, dopo il caffè andrò da questo editore. Che bel vento, che bel vento. Alle 11 il Sole già picchia. Ho avuto un invito a visitare il lab di maschere in cuoio da un certo Mirco. M’è caduta la tovaglina, ribelle. Forse dovrei comprarmi il prossimo blocchetto, dal giornalaio davanti. Sto tutto eccitato, è il caffè. E Nadia? Dovrebbe darmi il suo libro di poesie.
Primo pomeriggio. Siedo all’ombra al solito bar del paese. Le due suonate. Gente parlotta. Odori buoni in giro, un riverbero di rosso tutt’intorno. Mi sento me stesso quando scrivo, tutto riacquista la giusta dimensione. Caro Nico, presa diretta. Una bimba si lamenta al bar, la carezza del vento, persone discutono animatamente dentro una casa, parlan di soldi. Un signore largoccio, coi baffi grandi, gli occhi chiari, batte il piede, il suo viso è rilassato, ha letto un libro in inglese. Ritrovo il mio accendino preferito. Calma olimpica a volte interrotta, magari, da una risata sguaiata, un cambio di tono. Mi ha colpito quella danzatrice del ventre con le ali a farfalla, dorate, dal corpo sinuoso, i piedi scalzi, i capelli lunghi e sciolti, una energia sensuale, sessuale, liberante, totale, dietro la Cattedrale, su una piazza nascosta, con la sua musica da Ipod. Laziale, Giorgia, gli occhi grandi, infuocati. Una specie di mantide o di Vispa Teresa. Un odore piacevolissimo del suo armonioso corpo che utilizza per danzare. Il bacino indipendente dall’apertura alare con cui costruisce coreografie incantatorie. I suoi piedi sono belli. Non riuscivo più ad andare via, a toglierle gli occhi di dosso, alimentandoci a distanza, a vicenda. Tre pezzi ha ballato, tre banane piccole ho mangiato acquistate dalla fruttarola di piazza. Non riesco a trovare i bianchi stivali per la mia amorosa. Fa più caldo, aumenta o o . Che dire dei 4 francesi, Sebastien e Antoine, compositori musicali con video abbinati? Tra poco uscirà il cartellone di oggi. Parigini, amici di una coppia francese, sono in 4, forse. C’è pure un’altra ragazza interessante. Veste di pantaloncini corti, alta, carnato bronzeo, viso radioso, ride poco, è laziale, esprime materno andare, in altalena col telo dei musicisti a fiato ier sera sulla piazza, con tanica di bianchetto dei colli, lì sul tavolo e vicino pizzette fritte, dolci o salate. Lazialità in piazza, fatta di un circo felliniano, neorealista, surreale, bambini in gioco, il diablo che circolava, i musicisti, tanti a riposo, un ragazzo con cappellino etnico, seduto sul palco rilassato parlottando con una ragazza metteva il suo dito su una cucitura, uno strappo dei suoi jeans, con della peluria sparsa, come basette, sul viso, cercando di circuirla, belloccio e all’aise, rilassato. Arrivo a pensare fino a stanotte, dolce in tutto e per tutto. Mi saluta Alessia (Isabella alias Irina n.d.r.), compagna di stanza 2 sulla scuola elementare, viso alla Modigliani. Un vago mal à la tête. Ho ricevuto un invito da Giovanni per un passaggio. Andarmene stasera. Sono tentato di rimanere per vedere Giorgia danzare. Mi ha completamente rapito. Se ci ripenso ancora, sento muovere piacevoli energie. Quei piedi, abbelliti con un bracciale alla caviglia.. che bellezza, che grande fica. Forse ha tutto un alogica, ha tutto un senso. Picchia in testa quel corpo libero, profumato, librarsi nell’aria musicata, battiti d’ali, battiti profondi di ali dorate, profondissimi battiti di dorate ali di farfalla, detonanti ali che battono il suo tempo restituito, gigantesche percussioni del cuore, batte il cuore, la campana, la passione, la testa, la magia l’esoterismo, gli incantamenti. Balla donna balla Salomè, balla per me, per me solo Salomè e portami la testa del Battista sul vassoio. Balla e non fermarti, apri le ali, donna felice, apri il corpo, aprilo tutto per un momento, muovi il fiore dorato e sacro. Fallo dietro la Chiesa, Giorgia, tra due ore c’è un matrimonio di paese, apri le ali e mettili tutti sotto come una matrona romana, dalla bocca larga, larghissima. Dorate molecole totali nell’aria brillante, flette un corpo fasciato di nero, in mezzo a veli del Sole, tremenda creatura di pace, di Pace interiore. Ne avevo bisogno, mi hai donato l’anima del tuo ballo, e non riuscivo a staccare gli occhi da quella danza annunciata dal lenzuolo, da un velo d’oro, il vello del tuo oro. La bocca aperta, da quanto tempo non capitava, la bocca aperta e salivante, gli occhi aperti, il corpo fermo e completamente rapito nell’attesa del prossimo ballo, del prossimo movimento, tutto a farfalla, tutto femminile, totale, sensuale, muovi il ventre indipendente e mi dai fuoco, ho la frutta gialla piccola, tre banane che riesco a malapena a deglutire mentre un uomo mi chiede un’informazione turistica, riesco senza volerlo a non fargli oltrepassare la piazzetta della mia amante improvvisata, dall’odore pulito, di carne liscia, di pelle da ventottenne, gli sciolti capelli librati nell’aria e ora stai in tavola, assieme agli altri, a pochi metri, ascoltando e osservando, non proferendo parola, in attesa, attenta ma rilassata. Appena sola in mezzo agli altri, sola in quella piazza, un evento accaduto per cui senza volerlo, e torna il tuo odore, lo sento, lo immagino nei sensi ritrovati, come mangiare la pizzetta fritta al sale che diventa zucchero.
Rimanere eterni pomeriggi, con la penna in mano. Una penna speciale, assai, di tredici centimetri, con la punta fina, ci scrivo benissimo, amore mio sai perché non partecipo alle discussioni? Perché vorrei avere ragione io. Sto bene al centro dei tavoli, un cane abbaia, un ragazzo raccoglie i rifiuti, ho un’altra sigaretta sul pacchetto da dieci. Non consumo, così, non sudo in giro, non bevo e non annaffio. L’apparato digestivo funziona. Posso scrivere molto. Vorrei trovare un altro blocchetto, lasciamo stare i desideri. Parliamo di altro, amore armonioso, il numero otto. E’ entrata al bar una ragazza, con gli stivali bianco sporco, di camoscio però. Non sono di pelle liscia, diametro del polpaccio 40 max 43, tacco fino a 6.
C’è un palazzo nobiliare, di certi Baroni, Camuccini, comincia a piccarmi il naso, mi sa che sto arrivando al termine, mentre mi arriva un odore di matita, piacevolissimo, rimandandomi al colloquio mattituno con Maurizio, un editore locale con l’ufficio in corso del Popolo. Che ha pubblicato le memorie del padre di Carlo Verdone. Si chiamava Mario. Suo figlio, di 34 anni, ha mire più alte rispetto alla partecipazione annuale del Festival ArteR.I.E. Lo contatterò per email, una volta che avrò terminato “Il mio ultimo saluto a Torgeir Wethal”, il loro sito è sabinaeditore.com qualcosa del genere. Grazie Signore, per questi momenti, per sto pomeriggio laziale, sento fortissima la presenza della silente Giorgia, è stupenda seduta senza far nulla, parlano gli altri magari pensa alla sua performance, vorrei togliermi la maglietta, son sempre davanti al bar, che manda buona musica.
Un rinfresco, servito finalmente da una sorridente barista. Un salatino, comincio ad aver confidenza. Giorgia se ne è andata, completamente. Me so’ alzato e non c’era più. Un segno importante. Senza chiederlo, ha scelto acqua gassata, m’ha letto nel pensiero, arriva ancora arietta, tre tocchi di campana, gli stivali di camoscio se ne vanno, la mia andatura è lenta, dinoccolata, osservatrice. Ho scoperto l’andatura senza sforzo che si ingioia, che assimila e ne gusta le immagini, gli stimoli della realtà. Che peccato, Giorgia se ne è andata, se n’è ita. Do stai, volevo farmi notare col drink ghiacciato, un incedere potente dentro, grazie Hermes, grazie Ibis Thot, la scrittura è totale, la stesa delle righe è giusta, congrua e liberatrice. Oh, come mi sento bene, e mi fermo e riparto, un coscienza che s’esprime nell’atto solitario della penna, della scrittura, ritorna quell’odore ma cambia, ora è rilassato, un profumo di fiore, forse, di una donna appena uscita di casa, magari una casa ben curata, vicino. Eccola, è passata col drappo dorato, chissà dove va, magari in palestra a provare, sarebbe un miracolo. Tra un po’ mi sposto, in fondo è un bene, la scuola, la palestra, il riposo, il relax, i lettini, i materassi, la bionda della protezione civile, i pannelli solari sopra, tanto debbo andarci per prendere le sigarette, Giorgia dalle ali abbassate. Nettamente più interessante l’arte femminile. Quindi, finisco la sigaretta, il drink, pago e me ne vado, ma forse non ho moneta, solo carta. Cerco la fata alata, dal corpo luminoso di danze, sollevare il velo e il mio muscolo, anche lui deve vivere, anche lui i suoi bisogni, e poi devo defecare. Ma sarà l’, la ballerina? E’ andata in quella direzione, ma non sarà lì. Poco utile scrivere di lei? Chissà. Inutile aspettarsi la danza, la presenza al chiuso. Per me s’esprime all’aperto, ma dove andava col suo velo dorato? Di spalle. La vedi la cenere della sigaretta che rimane diritta? Ora la sgrullo, per forza o per amore. Fa che possa rivederla, scambiarci due chiacchiere, magari un discorso. Avrei piacere a inviarle questa composizione, che va copiata. Prezioso scrigno, è questo il mio Bunker, B, questo tacquino prezioso, abbellito dai miei pensieri inchiostrati, di pagine di giallo, di pallido giallo, ieri s’è posato uno stupendo insetto con le antenne, proprio all’inizio della pagina di sinistra, ancora vuota. Avevi proprio ragione, Don Antonio, nel dirmi di prendere la penna in mano, e scrivere.
L’è là, la Giorgia, ai miei piedi. Prova, fa delle prove, con musica araba. Siede, e muove il bacino su e giù, sapendo di avere un osservatore. Oddio Santo, che bellezza. Il corpo totale in movimento, l’intera palestra per lei. Ora cambio musica. Tutto il tavolo! Di sbieco, per non darle fastidio. Ho acquisito il suo stesso odore, lavandomi con bagnoschiuma. Tesorino, spero questa mia presenza sia per te discreta. Ci sono tutte le teorie applicate della centratura. Virgole totali in movimento. Totali virgole in movimento di sistema. Balla Giorgia, questo è un riscaldamento, lo sappiamo, fiore scuro ondulato, balla, alla luce del Sole, che Dio ti protegga. Sudato corpo che s’esprime regalandomi nuovi atomi cerebrali. Le fiammate, incandescenti, il viso, il naso, la pausa.
Sigaretta. Le campane suonano. Il motivo per restare sta nella palestra. Dio m’illumini, mi aiuti sul da farsi. Son passati due autobus Cotral. Giorgia è del Leone, ha festeggiato il suo agostano compleanno al mare. Ora ricomincia, si è tolta la lunga e ampia gonna, per un paio di pantaloni celesti della tuta e comincia a librarsi, i suoi piedi sono nudi. Il ritmo musicale è preponderante, più potente, arabeggiante, metafisico. Come se un intero esercito berbero cavalcasse in stato d’assedio, in stato di guerra, tra sciabole e turbanti. Bianchi cavalli possenti. Ora arriva il velo d’oro, si veste, e non capirò più nulla. Tamburi, canti, magia. Carezze al cervello, pure. L’ombelico in mostra. Titani ampissimi, muscolosi, e neutri. Un sorriso. Basta così, credo. Ora parlotta con un’amica. S’è tolta il velo. Ha sempre posture regali, eleganti. Farà lezione all’amica? Intanto s’abbevera, beve acqua. Le sue pose sono erotiche. Posso stare ad osservarla, a guardarla, e scrivere. Sto bene, mi son lavato, sto correndo sul grande tavolo di sopra l’intera palestra, la visuale della palestra, giovandomi del profumo del bagnoschiuma, pudicamente. Il velo d’oro poggiato sull’appendiabiti. Scompare, dalla visuale, ed ogni volta che ci ritorna è una botta, un colpo allo stomaco, e un po’ al cuore. Sì, danzeranno insieme. Ora siede in posizione loto conversando piacevolmente. Le chiacchiere, il riposo. Niente scambio mail, libri, nulla. Andrò in camera, a riposare, c’è Alessia orizzontale, viso alla Modigliani, sull’alto materasso. Ridacchiano e vivacchiano. Trovo difficoltà a reggere una conversazione, preso dai miei flussi. Non riesco a staccarmi dalla sua presenza! Mi piace quando ride, le pose che assume, mi piace continuamente, il taglio degli occhi, quei piedi ampi, curati e generosi, quella voglia d’immaginare di toccarli, quei piedi prensili, quella liscia pelle, toccarla coi polpastrelli. Parlano di casse di risonanza. Eppure continua lei a interessarmi, il generoso seno, le lunghe gambe, il busto lunghissimo, potentissimo, la schiena giusta, muscolare, gli avambracci, pieni di forza, e le affusolate dita. Mio malgrado immagino tutto questo, pensarlo è possibile, non è peccato, cara Giorgia che mi hai totalmente catturato nella morsa, irretito in una dolcissima, piacevolissima ragnatela telepatica. Il tono della tua voce è armonico, riscalda i timpani, sei più ascoltatrice che relatrice, una pausa lunga della danza e la musica, sono affascinato dalle ballerine, dai corpi in movimento, dinamici, che s’esprimono.
Ho mal di pancia.
Se rimanessi? Tango una ventina di euro. Poi non mi rimane nulla. Non so. Non riesco a liberarmi, mi piace tantissimo, ma è un errore, per certi versi. N’error de sbaglio. Sono arrivati gli invitati al matrimonio di paese. Non la guardare, seduta sul pavimento, con le gambe aperte, i piedi in vista, il busto seminudo. Abbiamo instaurato un invisibile e silenzioso legame, ormai. Di quelli estivi, passeggeri. Ho le labbra screpolate, tengo duro. Ogni posa sua m’affascina, sta diventando una Musa. M’è piaciuto lo strisciare del piede sul pavimento, come a riportare a lei, vicino, la compagna di conversazione. Le vetture passano, l’orologio scandisce. Ormai m’abbandono.
Già, invece di far lo scemo dovrei pensare alle cose SERIE. Ciao piccola. Mi sei mancata. Ora c’è la tua lezione. Su e giù, dolcemente. Sempre meglio. L’ombelico è d’oro. Quando tira su il bacino, il ventre, è uno sballo. Fa caldo. Ma quando mi stacco? La tua schiena sembra davanti, vivo. Un serpente che respira. Sono ipnotizzato. Le sta insegnando molto bene. L’allieva ha un bel viso, ora che vedo con occhi ripuliti dalla gelosia. Che bello. Muovono il bacino, il ventre, davanti e dietro, come se facesse l’amore, ora con la mano sinistra a reggerlo, sotto l’ombelico, sopra il sesso. Andare in bagno, liberarsi dai liquidi, fare la valigia e partire. E’ questa la soluçao.
Mia tanto. Che buoni odori di cibo e d’incenso. Ho una fame.. la cucina non è pronta. Sto davanti la biblioteca, sotto un albero fiorito, vicino la piazza dove danzerà Salomè. Sonnacchio e sbadigliar ella. Ancora il venticello. Mi han ben salutato, il gruppo di Pagine Sensibili. Ma non sono entrato. Ho pure freschino, ho pure. Le ragazze parlano dentro. Spero Nadia abbia portato il suo libro di poesie come scambio. Ci sono nuovi arrivi, nuove magliette, sento freschino. I fiori cadono, il vento carezza ancora, in questo tramonto sabino, le voci del paese, si anima nel sabato penultimo del festival. Tanti bambini sognanti e stupendi. La cucina lavora, evito troppi contatti cogli altri, immerso come sono nel mio relax. Ho deciso di non partire oggi, di prendermi dell’aria, del riposo, di vedere le persone, starci ancora. Spero di aver fatto una buona scelta. Si sta bene, l’atmosfera è piacevole, giusta. C’era una ragazzina di quindici anni, vestita jeans, con la famiglia, che finiva una sigaretta. M’ha fatto effetto. E’ bello che il mio scrivere è rispettato. Che buffo il contrasto dell’arancione acceso col verde d’un germoglio. Paese in festa, festa di paese, di Sabato. C’è pure la ragazza che fa laboratorio video coi bambini. Oggi senza cappello. I am starving for food. Titanica tatuata ragazza dalla pelle bronzea, il viso marcato, sempre appena beffardo, e il sorriso pronto. Ha lo sguardo bruno come i capelli, diretto. Sicura di sé. E’ arrivata la cow-girl, altra ragazza che spicca, con cappellino, viso e corpo magro, occhi chiari. Ho una fibrillazione per la cena. In tasca c’è il foglietto di ieri. Sarà ancora valido? Dovrei andare all’accoglienza artisti per chiedere quello di oggi? Credo di no. Stasera non performo, non ricordo gli accordi, se ho diritto lo stesso alla cena. Mi scoccio ad aspettare. Dovrei cominciare a muovermi, andare in biblio per il libro, dall’accueil per la questione food, e poi Salomè dove sta, non ballerà più davanti alla biblio? Nadia m’ha fatto cenno “dopo”, riferito al suo libro. Me lo spedirà all’indirizzo? Perché febbricito così? Poniamo che non ho diritto a magnà, mi compro un kebab? Non ho preso il cellulare, se mi chiamano a casa? Forse lo faranno domani. Un po’ mi pento di non essere andato via però. E’ che dovrei performare domani, in piazza! E arrivano gli unni. Abbiamo un clown affamato. Ma quante belle figlie madama dorè.
Arsiedo sul tavolo-tavolo. La dinner espletata. Ora che fò? Non lo so. Siedo sul tavolo punto e basta. Forse è buono fare un giro. Distendermi, distendere i pensieri, in fondo stasera dovrei far poco. Riprendono i movimenti tellurici. So’ stanco? Debbo digerire? Cosa debbo fare? Mi sigma un po’ tutto. Il cielo ha un colore splendido. Gli uccelli in festa e questa penna che fa i capricci.
Non ce la faccio più a non scrivere. La Dea reatina ha sistemato i fili, accucciata sulle forti cosce. Mi ha dato il là per aprire il tacquino. Ora ha messo in bocca una sigaretta di tabacco. Poi, seduta in consolle, ridacchia. Si sistema i lunghi, ondulati capelli, ora ha le mani giunte, le gambe accavallate. Precede Giorgia nella visuale. Eccole unite in una immaginaria linea. Ma dura poco. Poi sbadiglia spalancando le fauci. Maglietta blu aderente, prosperosa. Questo “discanto” che precede ali di Iside non finisce più. Ne fa parte una madre, cantando davanti a suo figlio. Ora Reatina s’abbevera, di fresco vino, tira una boccata di fumo, ha un cipiglio, qualcosa la turba. Non finisce cchiuuuu.
“Sentieri videografici percussivi inerenti sagome dalle orizzontali verticalità
Proserpina giunonica generosa abbraccia culminanti
diapositive tensoattive nel protoatto dell’esistenza immaginifica
e reale. La piazza concreta d’un suolo totale.”
Eccomi nel bar Garibaldi in pieno sabato sera, schiamazzi continui e un pensiero al letto. Domani è Santa Domenica, Dio m’aiuti tanto. Con sorriso, tuo Nico.
5 Settembre 2010
Domenica, il risveglio è tra le crepe di una serranda. Dalle cui maglie allargate penetra il sole sabino già alto. Nella stanza numero 2, il tarantato s’è alzato, col suo strumento. Irina, la dolce Irina, ancora dorme, si riposa su un fianco su un giaciglio bianco, giallo e blu, tra la sua scura e liscia chioma e un tratto di viso e spalla. Piccola chioccia dal grande occhio, ti voglio bene.
Sera. Sono agitato. Il cielo è parzialmente coperto, domani è lunedì. Ho dormito e dormirei, ho da fare delle cose: sapere l’orario dell’autobus del mattino. Montare il pc. Prendere l’ultimo libro. Fare cose. Cosa mi manca altro? Il sorriso!!
6 Settembre 2010
Sul treno, per casa. E’ una bella giornata estiva. Ho terminato il libro “M’abbandono al flusso della vita”. Non so, mi sento inquieto. Che ho? Ho cambiato di posto, mi sento un po’ meglio, la voce di un uomo alle mie spalle mi disturbava. Ora siedo vicino a una. Terni, la stazione. A volte, se fosse per me, eliminerei l’uomo. E’ banale. Ora se ne è andato. Ecco, arrivano altri rumori non richiesti. Logico sia un po’ ipersensibile. Almeno siedo accanto una profumata ragazza. Dai Nico, life is good!