pubblichiamo di seguito il nostro numero di Novembre, in pdf.
Novembre 7, 2008
Novembre 25, 2009
Ottobre 25, 2009
SAURO COSIMETTI
Di questi tempi avere un dj longevo ed attivo come il “nostro” Sauro è una fortuna. Dj storico del panorama musicale perugino e italiano, come recita il suo myspace, riesce a reinventarsi continuamente e a partecipare ad eventi lussuosi come la recente performance per i tipi della Smooth Perugia assieme a nientepopodimeno che Frankie Hi Ngr. Nonostante una buona pubblicità questo evento, realizzatosi alle ore 18 del Venerdì ultimo scorso, non ha richiamato una gran folla, complice la pioggia. Al Corso Vannucci, dentro la saletta situata in piazza della Repubblica, uno sparuto quanto attonito pubblico ha assistito a un importante evento musicale. Sauro non si è certo tirato indietro, ed ha aperto la session con pezzi storici in vinile, secondo il suo stile. Lui è un tipo che coi piatti ci gioca, li fa suoi, crea dei sound continuamente dando una continuità e un senso alle sue scelte musicali. Il pubblico capisce quando c’è lui in consolle, lo sente. Senza soffermarci troppo sui generi, il beat, le lezioni storicomusicali, le note a piè di pagina e compagnia canterina, siamo lieti di scrivere un articolo a Sauro perché la sua simpatia e umanità è grande.
Ottobre 23, 2009
Candy Warhol e..
ARTicolo
La mostra “Andy Warhol …in the City”, tenutasi a Perugia presso il Centro Servizi Camerali Gaelazzo Alessi in via Mazzini organizzata da Pubbliwork Eventi (pubbliwork.it) dal 19 Settembre fino all’ 11 Ottobre (trasferendosi dal 12 al 25 Ottobre in via Bonazzi) è disposta su due piani e prevede 60 serigrafie di cui due serie misconosciute quali i “Golden Books” e gli “Space Fruits”. Vengono posti dei pannelli esplicativi della Pop Art e della tecnica serigrafica tanto cara allo scomparso Andy, più una sua breve biografia. Le opere esposte, dal ‘57 all’87, hanno un gusto unico nel loro genere. Si tratta di arte pop intesa come mercificante, l’artista propone oggetti del consumo di massa, riallacciandosi alla New Pop degli anni ‘90. La linea culturale proposta da Perugia ultimamente attraversa questo mood; si veda la performance audiovisiva HOME di Pierre Hébert, regista canadese membro del National Film Board of Canada e inventore della live scratch animation, e dal compositore, musicista e artista multimediale statunitense Bob Ostertag, nell’ambito di Perugia Arti Contemporanee. L’accostamento di oggetti crea una storia, un narrare attraverso qualcosa di ovvio (l’oggetto) con una sequenza ripetuta, seriale, a loop, creando un immaginario ripetuto che porta al linguaggio della meditazione attraverso l’ipnosi. Warhol era maestro in ciò e nelle sue più famose serigrafie vengono riportati gli inconfondibili puntini, o grana, che creano ai suoi ritratti una iperverità: fare ritratti di persone famose le rende.. eterne, coi puntini. O immaginati negli accostamenti allucinati dell’ensemble @C+Lia nell’ex Chiesa San Bevignate il 3 Ottobre u.s. dove per più di un’ora un seduto e gremito pubblico ha assistito a un viaggio cromatico terrificante.
Ottobre 10, 2009
lettera al rettorato studi
Io, sig. Castellini Nicola, scrivo in questa sede per comunicare dei miei pensieri ed opinioni in vista di una mia auspicata iscrizione presso la facoltà di Lettere. Premesso che sono un cittadino nato a Perugia l’11/01/1972 e che ho, al momento attuale, due pubblicazioni corrispondenti a “libri” già avvenute più una in arrivo, ed essendo il Presidente di una associazione culturale di Perugia dal 2001, vorrei chiarire e capire alcuni concetti alla base, trovare domande ai punti interrogativi che mi sovrastano. In primo luogo il concetto di Università. Essa è universale nel senso di un insegnamento che si apprende seguendo degli incontri orali guidati da una persona. Si parla di lezioni, professori e studenti. La recherche che ne consegue, per chi inizia al primo anno, è enorme. Venendo io da una tradizione letteraria, ciò che cerco nei miei studi è la risposta a un quesito per me esistenziale. Perché scrivere? Tralasciando l’importanza di uan erudizione auspicabilmente verso il conseguimento di un appagante lavoro (che può essere di per se la ricerca) vorrei soffermarmi sul senso di appartenere a una facoltà. Vecchio o nuovo ordinamento a parte, il corso di studi del primo anno, e se si vuole anche dei successivi, è orientato verso specifiche materie dove, dietro direttive ministeriali, approfondire conoscenze volte a un superamento tramite verifiche (leggi: esami) di una condizione di partenza di una conoscenza specifica verso una conoscenza specifica. L’insieme di queste specificità portano alla tesi, e di conseguenza alla laurea. Il percorso logico è dunque chiaro. Ora, avendo in me chiaro il tema della mia tesi finale, è necessario comprendere quale sentiero di studi è più utile e opportuno percorrere in mezzo alla selva nozionistica. Mi aspetto che l’università mi consegni un METODO. Per rispondere al mio iniziale quesito, il “perché scrivere?” è necessario, per me, conoscere la scrittura fin dalle sue origini, fin dall’iniziale matrice, scomporre cioè i segni codificati che usiamo oggi per arrivare alla sua nascita. La nascita della scrittura è il tema che ho individuato per la mia tesi. Ora, non vorrei ammantare di pedanteria accademica un discorso tanto più che sono all’inizio del percorso di studi, ma come può uno studente cominciare dal traguardo? Mi chiedo quindi quale sia lo scarto tra la decisione iniziale di intraprendere degli studi e il suo punto finale. Quale sia il percorso, i ciottoli più consoni nel trasformare l’idea finale in inziale ed intermedia. Inizio, svolgimento e fine è riduttivo per me, nel senso che mi sentirei più portato a un personalissimo percorso di studi volto al conseguimento della mia laurea, ma a tale scopo alcune perplessità sorgono spontanee. In primis, noto leggendo il notiziario che la letteratura contemporanea, riferita cioè a scrittori viventi, non è contemplata. Autori importanti che si possono considerare i veri portatori della bandiera culturale riferita alla scrittura (Eco, Baricco, Santacroce, Montalbano, De Luca, Ammanniti, Merini) in realtà mi sembra che non vengano nemmeno nominati, e mi chiedo se uno studente possa proporre a un professore un inserimento nel programma di studi di alcune monografie portato avanti, insegnato cioè, dallo stesso studente ad altri studenti. L’interfaccia pratica, cioè, di ciò che studiamo con ciò che è obiettivo degli studi, ossia il sapersi districare nella collocazione, nella scelta di un lavoro, nel mondo immediatamente dopo e sopratutto parallelo dell’impiego. Un approfondimento del percorso per esempio degli scrittori, di come siano arrivati all’editore, di come abbiamo proseguito fino al successo, di autobiografie viventi, di incontri e inviti di dette persone all’interno dell’università stessa di Perugia, di percorsi di scrittura più destrutturata e creativa, di laboratori di ricerca della parola, di laboratori di ricerca del segno, di lettera-segno-immagine-opera d’arte.. vorrei col tempo proporre in questa sede un personale corso di scrittura che ho intitolato “Corso diverso di scrittura”, una sorta di antologia ante litteram che ho scritto in vista di un mio ingresso all’università. Spero di non venir preso come “presuntuoso”, piuttosto come profondo appassionato della materia letteraria e delle sue implicazioni sociali. La necessità della scrittura non è così urgente nelle popolazioni africane, che privilegiano la tradizione orale. Noi abbiamo invece bisogno di strutture, dalla scrittura alla fotografia, al cinema, quasi per volontà d’arresto, necessità di fermare su un supporto i nostri pensieri, per lasciare una traccia alla società che sembra disinteressarsi di noi, per dire e affermare individualmente un “Io esisto”.
Nicola Castellini
Luglio 23, 2009
CRAZY CHAPMAN

Ieri sera per un’ora e mezza generosa al palco del parco di Fortezza Medicea, nella città del Petrarca e della Chimera, abbiamo assistito a un concerto dolce di una songwriter con le treccine, i jeans e una camicia a bottoni insieme a numerosi cambi di chitarra. Tracy Chapman ci ha accolti con un pezzo il cui riff ripeteva ALLELUIA, accompagnata da una batterista, un bassista e una pianola di cui nessuno sentiva il bisogno. Il secondo pezzo, AMERICA, è stato bissato con le percussioni suonate dalla splendida cantante americana che tanto mette di suo, della vita dura negli slum di periferia, per comunicare il suo messaggio. Arrivano i tre pezzi più conosciuti, due cover, tanta umanità di questa cantante che col suo viso e i suoi occhi cercava qualcosa dal pubblico. Nella cornice del parco, dietro di lei lo sfondo di due alberi illuminati a ritmo della musica con un che di surreale, un tocco Magrittiano, dove anche il palco presentava lacrime. Playarezzo ha ospitato nell’unica data italiana questa donna semplice e generosa che ha commosso il pubblico numerosamente accorso e diversificato in tutte le fasce d’età, come giusto che sia. Una notte di magia afroamericana di quelle per cui i brividi scorrono piacevolmente creando un senso di unione profonda con le proprie radici, il viso di Tracy era bellissimo, gioviale, aperto. I Love You.
Nicola Castellini
Luglio 22, 2009
I rettori so i veri sindaci
Perugia qualcuno pensa ancora che si regga sul pinturicchio. Le arti in città, umbria jazz, il cioccolato, umbria libri, menifestazioni totalmente inutili. Il programma dello stabile dell’umbria st’anno fa più pena del solito, l’accademia di belle arti speriamo che chiuda perché i professori son totalmente incompetenti. Perugia si regge sui negozi-trappola per studenti, le tasse aumentano per gli universitari. La nostra speranza è che non ci siano più iscritti, così la nuova oberdan non avrà più armi per far chiudere il mercato coperto. L’assessorato alla cultura parla bene e razzola male. I tagli alla cultura sono un toccasana, per riscoprire certi valori popolari che negli ultimi anni son venuti meno, negli ultimi 15 anni. La città si è arricchita gonfiando il pallone di gomma nel cui contenuto non c’è sostanza ma autocompiacimento. A Palazzo della Penna pensano di risolvere tutto puntando sui centri giovani, sfilacciando insomma e suddividendo il territorio in una sorta di ghettoslum gestito da ragazzi senza portfolio. Invece di valorizzare, incrementare, scoprire nuovi talenti, il comune annaffia la pianta dell’isolazionismo. Non garantisce trasporti adeguati che uniscano i quartieri, non ci sono cinema nuovi di quartiere, teatri, caffè letterari. La cultura non è solo manifestazioni sponsorizzate per far ubriacare il popolo. In autunno arrivano i corsi di formazione con borsa a 800 euro. Una specie di bluff, di fumo agli occhi tanto per calmare l’esercito di disoccupati che altrimenti insorgerebbero. Per i lavoratori dello spettacolo non c’è possibilità di futuro, di mettere da parte i soldi in un fondo pensioni privato, di fare un acquisto casa agevolato con mutuo, chi porta avanti un’associazione culturale e volontaria, spendendoci 12 ore al giorno, va in debito che cresce ogni giorno. Questa è l’unica realtà. Il resto è merda.
Luglio 20, 2009
MAMA AFRICA
Il nostro reportage su Umbria Jazz si è positivizzato ieri, alla conclusione. Sul palco centrale di P.zza IV Novembre si son esibiti dei ragazzini di Nairobi insieme a due percussionisti considerati i più bravi del pianeta. I Juakali Drummers hanno completamente superato i maestri Giovanni Hidalgo (che ha salutato il pubblico col pugno alzato) e Horacio “El Negro” Hernandez. I due uomini al centro si son visti circondare da questi stupendi ragazzi dal suono del cuore.
Persino l’organizzatore, Carlo Pagnotta, a un certo punto si è messo a suonare e urlare, tanto era l’eccitazione, l’animismo, il tremore assordante e potente dell’energia del gruppo intero. Non si era mai assistito a un evento simile. Il pubblico oltre a ballare si è emozionato e piangeva. Nutriamo dei dubbi sulla bontà della onlus promotrice del progetto sociale. Per maggiori info, http://www.amref.it/locator.cfm?PageID=6550
Luglio 12, 2009
Luglio 6, 2009
Le periferie

ultimo articolo
Si conclude il viaggio del giornale le periferie dopo un anno di vita. Abbiamo deciso di chiudere bottega perché non ci sono le condizioni per andare avanti. Abbiamo ricevuto avvertimenti e velate minacce di non disturbare troppo la quiete pubblica e l’editoria presente italiana. Chiudiamo tutto come risposta alla chiusura ricevuta da tutti: sponsor che prima ammiccano e poi si tirano indietro senza giustificazioni, tipografie che han ricevuto l’ordine di isolarci, potenziali querele, multe, tribunali. Meglio il silenzio stampa, prima di andare troppo oltre. Persino i collaboratori si sono dileguati, appena sentito hanno puzza di bruciato. Non c’è stato riconosciuto il nostro lavoro sotterraneo, nonostante i nostri sforzi non ci siamo fatti conoscere, non ci conosciamo. Preferiamo non parlare, non avere argomenti, preferiamo attendere, osservare, custodire. Cancelleremo i nostri database, getteremo carta, materiale, ogni traccia, come i carbonari. Niente di più, tutto di meno. Viva l’estate.
Giugno 14, 2009
PROGETTO DOC
sui locali degli anni ‘90 e 00 del perugino..
CIRCOLO ISLAND
Siamo al terzo millennio e in piena periferia, dietro i palazzi di una Magno Magnini un tempo covo dei 3M, tra la Coop e le scuole elementari c’è un lungo muretto colorato da scritte, graffiti e pencil sotto i binari del minimetro’. La III Circoscrizione ospita un circolo, il Circoletto, che era nato come posto di incontro e di ritrovo per gli abitanti del posto che si ritrovavano a giocare a carte e mangiar porchetta. E proprio la porchetta e vino furono i prescelti per l’inaugurazione della nuova gestione, che eredito’ i debiti della passata, rivernicio’ di arancione il bar, si organizzo’ con un gruppo compatto che veniva da passate esperienze di autogestione. Proprio quel gruppo incontrai alla prima marcia della Pace Perugia-Assisi del terzo millennio, intenti a condurre un carro musicato e allestito differentemente che la diceva lunga sulla volontà di un posto fisso, e non mobile, dei suoi componenti. Erano patiti della musica elettronica ricercata che alternavano con successi anni ’80 stile Sigue Sigue Sputnik e Tribe. Erano pieni di tatuaggi e anticonformisti, le ragazze pienissime di energia e molto aperte, distribuivano volantini e dossier con messaggi di guerra al consumismo. Cosi’ presi a frequentarli sull’onda della simpatia e dell’empatia. Il Circolo Culturale Nuova Island, regolarmente Arci, è uno spazio che contiene una sala più grande e polivalente, un passaggio per persone paraplegiche, un bar e un’altra sala a vetri. Dopo alcuni esperimenti con altre associazioni artistiche legate a esperienze accademiche di belle arti decisero di impiantarvi un laboratorio informatico grazie anche a contatti e interesse verso un mondo virtuale ormai selvaggio e contaminato dalla logica del denaro e del software proprietario a pagamento che combatteva Indymedia, un server diffuso in tutto il pianeta che si occupa di dare spazio alle voci che hanno qualcosa da dire. Non subire il media, diventalo. La sensibilizzazione ai messaggi del mondo « no-global » e la rabbia contro la televisione e l’uso deficiente della televisione, l’appiattimento culturale e insipido del mezzo catodico erano solo alcuni degli argomenti trattati dal sito indipendente. Con questa consapevolezza comincio’ l’avventura internautica del laboratorio informatico, l’Hacklab, chiamato Zdr, che forni’ una webradio con piccolo palinsesto musicale al suo interno. Assieme al laboratorio fotografico della camera oscura impiantato in un’altra saletta e gestito da un collettivo chiamato Cuartonigro che aveva fatto qualcosa al quartiere di Porta Sant’Angelo dettero il via a una serie di iniziative lodevoli, e divento’ un punto di incontro, scontro e riferimento per persone che in fondo erano le stesse che creavano, che davano vita, che generavano altre associazioni culturali, o gruppi informali o semplicemente gruppi di interesse relativi a specifici argomenti sociali, antropologici, farmaceutici e di ricerca, di riduzione del danno, della diffusione di informazioni e controinformazioni sull’uso consapevole di droghe, di mezzi di comunicazione, di smart bar, di disciplina alimentare, di sperimentazione musicale e condivisione. Streetola il controllo, Svolta, Rita 3000, Semi, Paracon, Poi, Saldi. In seguito Arrivo, Oziosi, Entropica, Faro. Progetti di televisione libera, Mediattori, migranti, il teatro, stagioni concertistiche e tante altre iniziative come il cinema, il laboratorio audio/video, le registrazioni improvvisate, il corso di djambé, trovavano spazio creando una sinergia che occupa(va) sette giorni su sette con una piccola pausa estiva e la possibilità di cene chiamate « Attacco al palato », o di sostegno a progetti, o semplicemente di solidarietà. C’era chi veniva a scrivere, trovando ispirazione, chi a progettare una rivista chiamata ADP ( attacchi di panico ), chi creava un proprio stile e progettava altri eventi al di fuori, come Immoralia, o all’Ex Cinema Eden di Ponte Felcino. Mostre fotografiche, assemblaggio di pezzi di ricambio, riuso e riciclo, di hardware e la diffusione libera di programmi aperti di Linux. La Free Media Days dove collaboravano persone da tutta Italia, riunioni allargate, la possibilità di bere della birra importata dalla Germania e ordinata su misura, fatta con acqua sorgiva, pulita e sicura. Le battaglie a sostegno dell’acqua, libera e di tutti, anche in discoteca. La biblioteca/mediateca che oltre ai libri, colleziona riviste e qualche fumetto, proprio sotto a un’altra biblioteca, sullo stesso stabilimento. La grafica col computer manovrata da alcuni sempre presenti permette tutt’oggi la creazione autonoma e felice delle locandine delle iniziative del circoletto da attaccare sui muri perugini evitando salate multe. TLO, scrittura collettiva, un proprio sito web personale, una mailing list, una chat e altre interconnessioni telematiche sono sorte in modo naturale e quasi necessario. Persino un gruppo evangelista pastorale africano celebra la sua funzione la Domenica mattina, e l’affitto della sala ha portato progetti di tango dove persone si sono conosciute e hanno generato altri progetti, tra cui un duo di designer che sta riscuotendo successo. Ora c’è interesse per il mercatino delle autoproduzioni dove, oltre ai consueti libri e materiali di case editrici alternative come Derive/Approdi, si cerca di vendere un libro tradotto dal francese sull’argomento e il diritto all’ozio per finanziare le attività del circoletto stesso, che riceve un contributo dalla circoscrizione stessa, risicato a detta di alcuni. Ci sono persone di diversa cultura ed estrazione sociale che vi interagiscono, amanti del viaggio consapevole, ragazze risolute e alla pari coi ragazzi interessati entrambi in un unisono equilibrato e mai antagonista se non contro certi schemi e dogmi pesanti e preconfezionati del nostro tempo. Il CRX, suo nome sintetico, ha ed ha avuto le sue belle crisi legate a problematiche di convivenza di certe personalità, di troppo entusiasmo per cui si venivano a creare compartimenti stagni dove ciascuno cercava di portare avanti il proprio progetto perché era il più importante, risolti col dialogo comportamentale e con l’esempio individuale che diventava giocoforza collettivo. I messaggi di solidarietà e di chiarezza per una filosofia di vita che per esempio ha portato alle aule delle Università alcuni approfondimenti farmacologici di sostanze naturali attive di certi funghi o certa salvia divinorum, o a prender parte ad occupazioni all’interno del problema/soluzione della facoltà di lettere perugina, fecero e fanno del posto un punto di riferimento per chi non è contento e non sa perché. Il Circolo Island si illude con cognizione di causa di presentarsi come un’isola felice in cui ritrovare la carica per combattere, e soffre quando è chiuso col lucchetto perché allora nel parcheggio come in tanti altri parcheggi, appaiono persone, estranee ed esterne al posto, alla sua filosofia e concezione, dedite al consumo della sostanza mortale dell’eroina che nasconde rivelando problematiche batteriologiche per quelle siringhe che sostano maligne sul giardinetto e che i bambini peruviani che a volte vengono a ballare il loro paese non reputerebbero interessanti. Ma a Perugia non esistono raccolte solidali di siringhe per cui ad ogni usata puo’ essere consegnata una nuova, secondo una campagna di riduzione del danno, tolleranza, e non induzione alla droga.
EX AFFA
A Perugia al cosiddetto Borgo Bello, quartiere tipico perugino, c’è una via che parte da Piazza Grimana, dove si erge l’Università degli stranieri, e finisce alla Torre del Cassero. Questa via ha un nome, Corso Garibaldi. Molti anni fa, dopo la seconda guerra mondiale, il quartiere era abitato da operai della Saffa, una fabbrica di fiammiferi. La vita di quartiere era molto sentita, e animata da un uomo un po’ particolare che si definiva « libero pensatore », si chiamava Vittorio Gorini e per un po’ ha affittato biciclette ai ragazzini, era questo il suo lavoro. La sua vespina spesso trasportava strani appendici, dal letto matrimoniale alla bandiera italiana al mangianastri con l’inno di Mameli. Un buon punto di ritrovo per tutti erano i Salesiani, con una sala che trasmetteva film e ospitava il tennistavolo. Col tempo gli abitanti se ne andarono. Chi era in affitto poteva riscattare la casa, rivenderla o affittarla agli studenti, che crescevano in numero e nei bisogni di un alloggio senza troppe pretese. Dal canto loro, i perugini preferivano spostarsi dal quartiere che era diventato un po’ troppo chiassoso, e dirigersi verso le prime periferie di una città che stava allargando la sua grandezza, cementificando superstrade e costruendo nuovi quartieri. La fabbrica della Saffa non era piu’ la calamita che teneva a sé i suoi operai, che nel frattempo potevano comperare i mezzi di trasporto, ed abitare altrove. Tuttavia si dice che già nel ’77 alcune famiglie operaie occuparono la fabbrica perchè non sapevano dove andare. Erano anni politicamente difficili e proprio sotto la piazza Grimana, in un vicolo poco illuminato, a poca distanza dall’ufficio della Polizia, apri’ un punto di ritrovo piuttosto caldo e anarchico, che ora è un centro istituzionale a bassa soglia che si occupa di ristorare persone che vivono per la strada. Il quartiere di Porta Sant’Angelo attirava insomma gente poco incline e borghese che vide la nascita di un locale alternativo. Questo locale era gestito da un gruppo di poco meno che trentenni che presero a lavorare dentro la fabbrica sgomberata. Da li’ il nome, l’Ex-Affa. Adottavano una politica di prezzi bassi, organizzando serate insolite per il pubblico perugino. Si sparse la voce soprattutto tra gli studenti, effettivamente era a due passi dal centro storico, bastava passare la soglia dell’Arco Etrusco e rasentare l’Università, proseguire in salita 150 metri e raggiungevi il portone aperto fin dal pomeriggio dove il piazzale vedeva la frequentazione della bocciofila. La sera erano le macchine, mai di grossa cilindrata, a prendere posto e il piazzale diventava parcheggio. L’inverno quando faceva freddo alcuni giovani preferivano non entrare nel locale e socializzare dentro le macchine, c’era sempre qualche amico o amica che arrivava e portava allegria. L’Ex-Affa aveva un bancone in legno piuttosto lungo che occupava tutto il corridoio d’ingresso, e una bacheca con informazioni utili per chi voleva viaggiare e dividere le spese, o chi voleva rivendere un biglietto di un concerto perchè impossibilitato ad andarci. A sinistra dell’entrata una sala piccolissima col calciobalilla e sfide chiassose e ridanciane, poi salivi le scale e c’erano i bagni, coloratissimi e col tempo sempre piu’ pieni di scritte pittoresche di qualche movimento di sinistra. A destra dell’entrata e del bancone che offriva anche panini rustici c’era la sala organizzata coi tavolini di legno, e un palco per concerti o spettacoli di teatro. Di fronte il palco, comunicando col bancone che faceva angolo, c’era la zona dj e di amplificazione elettrica e probabilmente manopole per il gioco luci. Il mercoledi’ sera aveva preso piede l’appuntamento fisso con uno che metteva dischi e qualche cd rock, e forse era la serata piu’ importante della settimana. Si aveva come la sensazione di una famiglia allargata, con persone che avevi imparato a conoscere li’, anche se ci andavi col tuo gruppo. Certe canzoni rock davano cosi’ tanta energia che ti incantavi a vedere il corteggiamento genuino e spontaneo sia dei ragazzi che delle ragazze. Il pomeriggio potevi parlare bene con le due bariste perchè poco impegnate, e giocarci insieme seduti a sorseggiare un aperitivo coi giochi di società in legno, dadi e un cammino strambo dell’oggetto in legno che ti rappresenta nel giuoco. Il posto era un vero fiorire di iniziative culturali con velleità intellettuali, e aveva collegamenti con l’Arci. Ospito’ rassegne tra le quali Dolore e Piacere che avevano il cartellone disegnato veramente con un concetto di arte visiva, o grafica, all’avanguardia. Vi collaboravano persone che poi hanno proseguito e approfondito la loro arte ed oggi sono noti nel loro settore, alcuni son diventati un nome, una firma conosciuta nello Stivale. Per esempio i primi monologhi di Francesco « Bolo » Rossini, oggi attore professionista che lavora con lo Stabile di Torino ; erano racconti della sua vita, parlava di quando la sera girava in motorino, o del suo compagno di casa con cui divideva l’affitto e certe conversazioni, di varia umanità. Era un modo, parole sue, per sbarcare il lunario, in quei tempi. Anche Filippo Timi gravitava come ovvio l’ambiente creativo legato alle rassegne, occupandosi dei costumi grazie al suo gusto per la moda e l’abbigliamento che costituiva anche i suoi studi. Oggi tra le altre cose è uno scrittore vendutissimo. C’erano tanti personaggi bislacchi legati all’Ex-affa, da Mimmo, un capo ultrà dell’Armata Rossa con la voce roca e i modi diretti, a uno spilungone che si pubblicava in proprio i suoi deliri letterari e cantava a squarciagola una canzone di Marley quando il dj la imbroccava. C’era il giro perugino del punk allargato da certe ragazze (e ragazzi) che venivano per motivi universitari ad abitare e si trovavano bene col la vita notturna del locale, giocavano a biliardino ,ed erano inquiete, sprizzavano energia nello sguardo e nell’acconciatura. La sala veniva liberata dai tavolini per poter vivere la musica selezionata dal dj, e il ballo era molto libero ed individualista. A volte pero’ comunicavi di brutto con gli occhi, col bicchiere o con la sigaretta, offerta o chiesta o condivisa. Allora era molto interessante osservarne le dinamiche del corpo, i movimenti e la ripercussione che aveva nel vicino e nella sala tutta. Venivano periodicamente organizzati concerti dal vivo, uno dei quali fu capitanato dal front-man degli Skiantos, Roberto « Freak » Antoni, che tra una canzone e l’altra una cazzata e l’altra, una critica al vetriolo e un non sense di fondo si incazzo’ col pubblico che lo denigrava. Tra il pubblico si aggirava infatti un ragazzo sempre sballato a qualsiasi ora che sostava in centro e impauriva gli artisti che venivano a performare a Perugia, ricordo che era biondo, capelli corti e occhi chiari, dall’aspetto avresti detto fosse del nord, dalla parlata capivi subito che era un autoctono. Forse era invidioso del successo, o forse semplicemente gli girava male, era aggressivo e voleva attenzione. La reazione di Antoni scateno’ pero’ alcuni fischi, nonostante tutti avessero riconosciuto la provocazione del biondo. Un’altra serata storica fu quella che, dentro la suddetta rassegna di Dolore/piacere, ospito’ un gruppo teatrale alquanto diverso : l’Accademia della Follia di Trieste. Fu una rappresentazione che personalmente apri’ un varco : un uomo viene curato da infermiere sexy perchè affetto da turbe, circuito dalle stesse infermiere che lo convincono a sdraiarsi sul lettino e ad asportargli sangue, sangue vero come quando doni il sangue all’Avis. Il sangue gocciolo’ a bell’apposta, il protagonista parlava con una voce del diaframma con una tecnica circolare di respirazione per cui parlava sempre, sia che inspirasse che se espirasse e per questo aveva chiesto a inizio spettacolo di non fumare in sala. Aveva chiesto anche che qualcuno del pubblico si sedesse su una panca dove avevano alloggiato pomodori. Gli ortaggi dovevano essere tirati a lui, che incitava i seduti a farlo, e ricevette sonore sassate rosse spappolate anche in viso e nel cranio rasato e lucido. Questo attore aveva un’alta corporatura e spalle larghe, il suo viso era inquietante. Alla fine della rappresentazione rimase a sorseggiare una bibita indossando una giacca a vento, parlando con nessuno, e mi avvicinai facendogli i miei complimenti e delle domande piene di curiosità. Il suo accento triestino era evidente, e contrastava con la lingua di scena, perfettamente italiana. Capii cosi’ che gli artisti possono avere una vita distinta dal quotidiano che sul palco si anima e si autoalimenta. Questo era l’Ex-Affa, un’avventura perugina gestita da quattro persone non di Perugia, che ebbe qualche difficoltà a convivere cogli abitanti per via del tasso alcolico che portava gli abituée a cantare dopo l’orario di chiusura. Fu forse il primo locale a mettere in esposizione l’avviso di moderarsi al ritorno ai propri « clienti ». Ma più di clienti si era conoscenti, o forse amici.
Il CSOA EX-CIM
La volontà di autogestione pubblica e la non politica di occupazione di posti dismessi al fine di recuperare strutture e ridurre il degrado urbano si espleto’ a Perugia dentro un parco appena fuori le mura che era frequentato da persone dedite all’eroina. Fu questa una battaglia non-politica portata avanti dai primi avventori che videro nella struttura dell’ex ospedale psichiatrico una possibilità di realizzare i loro ideali e strappare il parco appunto al braccio dell’eroina e la sua depressione. La scritta « né eroina, né polizia » stava appunto a indicare una volontà di portare avanti un discorso legato ad altro. Cosi’ si formo’ un gruppo non proprio esperienzato che provvide a organizzare l’enorme padiglione al meglio delle loro possibilità, e nacque il Centro Sociale nella città di Perugia. La sua apertura era una novità assoluta che attirava il proletario e lo studente, l’anarchico e l’impegnato. Il bar offriva prezzi abbordabilissimi e alcuni storici concerti vennero alla luce, tra i quali Africa Unite e altra gente che bazzicava l’onda dei Centri Sociali della penisola. Fu aperta una sala prove, una sala espositiva di lavori legati al visivo e al fotografico che faceva da substrato culturale per l’avanguardia artistica della città, i libri e i fumetti circolavano liberamente e diffusamente ed ogni sera c’era quella sensazione di calore umano e di fare qualcosa di « bulo », poter partecipare anche indirettamente alla continuazione dell’iniziativa chiamata Centro Sociale contribuendo in semplicità con l’acquisto di una birra. Era in fondo questa la novità, una realtà nuova e un messaggio chiaro che il posto dava. Ti rendeva partecipe del tuo potere economico e della possibilità di scegliere come e a chi dare il tuo denaro. Se prima sperperavi e consumavi la tua « serata » con superficialità, il solo fatto di frequentare un centro sociale ti dava consapevolezza di scelta, ti formava un’identità stravolta in passato dal rincoglionimento indotto della televisione di stato e privata, dal vestirsi e mostrare certi marchi costosi secondo la dilagante moda milanese dei paninari. Il fatto di pagare talvolta anche una sottoscrizione minima all’ingresso, e certi « riscossori » non erano cosi’ fiscali se eri squattrinato ma avevi voglia di divertirti, ti capivano perché era capitato anche a loro e non volevano sindacare un potere eccessivo sull’altro, era un atto politico, anzi non politico, rispetto al solito biglietto della discoteca ; ed in genere tale sottoscrizione prevedeva un evento che il comitato di gestione aveva previsto con delle riunioni animate non per forza legato a una logica di profitto semmai il contrario. La prima metà degli anni ’90 Perugia vedeva concretizzare un movimento con spazi più ampi rispetto all’Ex-Affa che intanto boicottava i liquori francesi per protestare contro gli esperimenti nucleari di Chirac. Il nucleo che autogestiva l’Ex-Cim dovette sgomberare, rioccupare e ricominciare, ma fondamentalmente si scisse determinando due correnti; cosi’ Alabarda spaziale prima, l’ex condominio, la Scoletta poi fino all’approdo all’Ex-Mattatoio di Ponte San Giovanni ancora ben vivo prosegui’ l’utopia reale di autogestione anarcoide di protesta verso un mondo politico che non rispecchiava il loro modo di vivere neanche a sinistra. La seconda non per importanza corrente preferi’ autoregolarsi, pararsi il culo da eventuali sgraditi sgomberi, facendo virtù dell’esperienza. Rilevo’ dai debiti un posto dell’Arci della Circoscrizione di Madonna Alta e lo chiamo’ Arci Nuova Island, sorta di isola felice frequentata da amanti della musica elettronica ricercata. L’episodio dell’Ex-Cim non fu esente da scontri con le falangi di destra ed estrema destra, che mal vedevano ragazzi crescere ed alimentare una intelligente cultura di opposizione al sistema, ove per intelligente si intende anche non violenta. Non erano certo loro, ragazzi anche con una storia, alcuni, legata alla FGCI di via del Giochetto, che aspettavano l’avversario dietro un albero in numero maggiore, appostati dall’odio e l’intolleranza. Fu accoltellato un ragazzo « militante » che aveva capelli lunghi e sguardo pulito, episodio che scateno’ la miccia. Sopravvisse all’agguato degli avventori violenti e annoiati da una Perugia rossa fin dalla bandiera e cambio’ un poco il suo look adottando lo stile mod vagamente più aggressivo all’apparenza, gonfiando un po’ i suoi muscoli ed aprendo uno scenario adrenalinico legato più al gruppo di appartenenza, al clan che ricordava per certi versi lo sguardo inglese dell’hooligan, piuttosto che l’aggregazione intesa come la condizione allargata di una vita sociale. L’Ex-Cim si riproponeva di dare i suoi locali come centro sociale, cioè punto di ritrovo e di incontro e di scambio tra persone, che portavano a volte i loro cani liberi di correre nel parco.
RED ZONE
Alla fine degli anni ottanta nella provincia di Perugia c’erano diverse grandi discoteche patinate e lustrinate che attiravano il sabato sera ogni genere di persone, e la domenica pomeriggio gli adolescenti. Si ballava dalla disco music alla musica pop e successi che passavano alla radio. Intanto nel mondo girava un nuovo genere musicale legato alla musica elettronica, la house. Ve ne erano di vari generi sviluppati poi con l’underground music, l’acid house e la musica rave dei primi party illegali, cioè non autorizzati. Tutto questo veniva dal mondo anglosassone. La prima discoteca a specializzarsi in tal genere fu il Red Zone. Montanelli e company che videro nel Palladium, struttura disco già esistente, un diverso modo di organizzare la vita notturna del sabato sera. Il Palladium era disco dance ma anche liscio revival. Con qualche ritocco, aggiustamento e vernissage ne fecero una delle discoteche più amate dai giovani. Parti’ in silenzio, con enormi biglietti d’invito grandi quanto un terzo d’elefante. Occorreva avere l’autovettura perché da Perugia centro distava, e dista, più di venti chilometri. Dalla superstrada che porta a Città di Castello, intravedevi un laser verde e poi man mano che ti avvicinavi, uscendo a Ponte Pattoli, compariva la scritta quasi hollywoodiana rossa del Red Zone. Situata all’inizio di Casa del Diavolo , già questo produceva un brivido, il brivido della trasgressione. Subito soprannominato « Il Red » l’ingresso era fonte di fila e tentativi di entrare gratuitamente in lista grazie a qualche conoscenza. Ragazze molto belle e particolari avevano più chances, ovviamente. Più vestivi strano più eri accettato. Per strano, intendo tute aderenti col cappuccio, occhiali da sole, e ballavi insieme al laser che tagliava l’oscurità della sala esaltata dalle macchine del fumo, per cui non vedevi proprio nulla di cio’ che succedeva nella sala circolare, che sembrava un circo. Ma agli inizi c’erano grandi spazi perché era poco conosciuta. La consolle aveva due dj che si alternavano, dai capelli cortissimi. Sono diventati degli idoli nel settore. Quando Sauro attaccava pezzi duri, dal beat progressivo che ti entrava dentro e ti apriva la mente e le arterie, era un boato, ma già questo avvenne due o tre anni dopo. Le pareti della sala interamente nere, il bar all’angolo a destra, l’ingresso di vetro, come un Blade Runner popolato da creature della notte rigorosamente vestite di nero e vagamente sadomaso. Il mondo omosessuale elesse il Red loro discoteca preferita, il travestitismo prese piega, i cibi ospitavano sia uomini che donne provocanti, e fuori di testa. Intorno alla consolle c’era il gruppo di organizzazione e alcuni preferiti, che ogni tanto si concedevano al popolo, che sballava e socializzava in forma oscura e primitiva. Certi ritmi proposti, uniti al gioco dei laser, alle persone che ti aprivano la bocca, a figure corporee di altri pianeti, stravaganti e dorate, ti facevano venir fuori la parte più animale, per cui allargavi le braccia e lasciavi andare le gambe, ti lasciavi andare ed eri parte di una tappezzeria notturna in movimento dove era tutto bello, chimico ed estasiante. Alcuni pezzi avevano parole in inglese che inneggiavano alla notte, al sesso, alla droga. Il servizio d’ordine fu necessario e fondamentale perché la gente comincio’ pian piano ad esagerare, flippare, andar fuori. Le ragazze erano molto disinibite e a volte facevi fatica a distinguerle dai ragazzi, tanta era la confusione cerebrale, che ne perdevi il confine. I sabato del Red Zonefino al ’93 erano veri e propri happening spontanei. In seguito arrivo’ l’Umbriahouse Staff e la trasformo’ in un’industria vera e propria, con un Main Man manageriale, l’aggiunta di djs e sale, serate a tema e pepe, ospiti importanti e rincaro dei prezzi. Divento’ commerciale, la voce si espanse nel Centro Italia, fino a Roma. Come arrivarono i romani la vibrazione cambio’, perché alcuni non si regolavano e creavano problemi di ordine pubblico. Ci fu anche una falange di destra che si imponeva col fisico palestrato, smercio pesante di chicche, paste, colombine, noccioli, noccioloni e compagnia cantante. I bagni non erano più qualcosa di intimo perché fu tolta la possibilità di chiudervisi dentro. Col tempo poi il Red si allargo’ e prese la pizzeria adiacente l’entrata, trasformandola in smart bar e chiosco di gadget, ci furono negozi di moda giovanile che proposero il loro style, era una specie di rinascimento commerciale legato al night life. L’onda del Red si propago’ unendosi a certi illegali che avevano luogo al Quasar, megadisco in chiusura, dove le stesse persone si ritrovavano a ballare e dimenticare le fatiche della settimana. C’era anche chi passava il tempo per prepararsi al sabato sera, cercando le combinazioni giuste di vestiti-acconciatura-accessori più consona alla propria egoica personalità. L’edonismo degli anni ’80 veniva riciclato in qualcosa di psichedelico che a volte durava anche il giorno dopo, la Domenica. Nacque l’esigenza di feste after, cioè ritrovi per il dopo, secondo la moda di Riccione. Il Red chiudeva infatti la mattina alle sette, spesso con un pezzo di musica classica, il Lago dei Cigni. C’era molta ricerca, una vera e propria arte, nel vestirsi, nell’abbigliarsi per sentirsi a proprio agio con un mondo diverso dal quotidiano, un mondo underground gestito dal Direttore Artistico. Era nata la Club Culture, il Red aveva il suo staff, i suoi buttafuori giganteschi, il parcheggio a pagamento ma sbrecciato, spesso la fila di macchine era impressionante, pagavi un prezzo esagerato alla cassiera paracula e via, la musica ti travolgeva subito, l’ambiente fiabesco, la necessità di andare in orbita con cocktail proibitivi, tra i quali uno in particolare che era prerogativa della discoteca preferita, costituito da un terzo di gin, uno di tequila e uno di vodka: l’Invisibile, chiamato cosi’ per via della trasparenza dei tre liquidi. Essere un pr, un public relation, colui che distribuiva inviti e riduzioni, che poteva metterti in lista non tanto per farti risparmiare quanto per farti sentire parte di una casta privilegiata, di illuderti di far parte del popolo del Red, conferiva potere, riverenza e charme. Dovevi vestirti ricercato, avere uno stile sobrio ma magnetico. Dentro il Red vi erano vere e proprie tribù, gruppi fissi che occupavano posti fissi, riproducevano quasi i comuni della provincia perugina. Le poltroncine a volte diventavano alloggi per gente dormiente, o per voyeurs che si divertivano ad ammirare il via vai. Tra tutti i personaggi più strambi, ve n’era uno chiamato Ermete che sembrava di un altro mondo. Un po’ più grande di età, con barba lunga e capelli spettinati, se ne fregava di tutto e di tutti e ballava in mezzo alla pista. Sembrava un barbone chic, aveva una nonchalance di fondo, non si curava delle persone che gli gravitavano attorno attirate dal suo essere inclassificabilmente underground freak vestito con jeans, canottiera rossa, sudore e scarponi. Non parlava mai, non riuscivi a staccargli una parola, ed aveva gli occhi chiari che la luce del laser verde rendeva trasparenti. Sopra il bancone del bar un altro laser, rosso, produceva scritte stilizzate con frasi particolarmente ad effetto. Vicino alla consolle fu creata una postazione per creazioni visive gestita da una tipa dell’Accademia di Belle Arti, dal look duro, la Sarah. Un po’ androgina sedeva davanti a una lavagna luminosa dove improvvisava disegni astratti che venivano proiettati in pista, nelle pareti. In questo delirio visivo si erse col tempo la figura di un ragazzo diventato grande, coi capelli lunghi biondi a codino, vestito sempre elegante e stravagante, soprannominato « il diverso ». Avvalendosi di uno stretto collaboratore che lavorava già in altre discoteche creo’ un gruppo che prese sempre più potere, nell’organizzazione : l’Umbriahouse Staff. Presero a organizzare serate anche in altre disco perugine, proponendo la loro visione house con tutto quello che comportava. Alcune cambiarono molto, diventarono « sporche » legate a un certo tipo di house proposta che ti folgorava, grazie anche a scambi « culturali » con ospiti di Chicago in primis, Detroit, New York e Londra. Boy George fece una serata da dj proprio al Red Zone. La discoteca divenne un culto, quella discoteca situata in una frazione dal nome particolare, riconoscibile a distanza per il suo laser obliquo che tagliava il mantello nero della notte di festa. Il lunedi’ spesso ancora dovevi recuperare, tanto era l’adrenalina sprigionata, e fu utilizzato un termine preso sempre dall’inglese per indicare questo stato di attesa, di standby, dove il tuo corpo deve riprendersi : il down. Quando sei in down sei inerte, il cervello ha una specie di tabula rasa dove sovente ritornano immagini della gente incontrata il sabato sera. Il down solitario è più pesante di quello collettivo, e ci sono varie soluzioni per evitarlo, ma non tutte consigliabili. Il simbolo del Red è un divieto di accesso ruotato a sinistra che indica la lettera « O » della seconda parola, Zone. Tradotto dall’inglese significa « ZONA ROSSA », preludio dell’inferno dei sensi. Oggi, alla vigilia dei suoi venti anni, il simbolo è stato arricchito da grafica alla maniera di MTV , e tutto si è evoluto, con schermi e telecamere a getto continuo, confermando uno stile Red sempre al passo coi tempi, aggiornato e che fa tendenza. I giovani sono cambiati, cresciuti che già Sauro, il dj residente più conosciuto, ha il doppio dei loro anni, si è fatto crescere i capelli, la il suo viso, la sua espressione beffarda, è la stessa. Una volta una ragazza per attirare la sua attenzione gli porto’ in disco un barattolo di sugo fatto in casa.
KANDINSKY PUB
Ai primi ’90 apre un altro locale, in via Dal Pozzo. Dopo la discesa dell’archetto dove nel medioevo si pagava un dazio c’era alcuni anni fa un alimentari con un’insegna scritta con uno stile d’epoca molto carina. Tale scritta di generi alimentari diversi è stata conservata dai gestori che hanno provveduto a strutturare il locale in modo tale da poter ricevere la clientela in due livelli, il primo col bar, bancone, birra alla spina e altre bevande, sugli sgabelli. Il secondo livello è provvisto di tavoli, panche e sedie in cui conversare animatamente e fare amicizia. Si parla di politica, di esperienze personali, di cosa fare la Domenica ; un occhio di riguardo vien dato agli studenti universitari, i più meritevoli (che hanno preso un buon voto dimostrabile dal libretto) ricevono sconti rilevanti sulla consumazione, allo scopo di festeggiare in allegria il frutto delle loro fatiche e, spesso, sacrifici enormi che le famiglie sostengono. C’è una sala fumatori ben distinta con pannelli a vetro messa in piedi dopo la legge sulle sigarette. L’impianto è dotato di areatori, proprio accanto alle vetrate colorate. Lo spirito artistico del Kandinsky è presente fin dal nome, omaggio del grande pittore russo. Tra chi ci lavora gravita proprio un entourage inserito nel settore delle arti figurative, ben felice di ospitare mostre fotografiche e non solo. Il Direttore Artistico odierno fa parte di un’associazione culturale chiamata Artificio dotata di magliette e gadges bizzarri. Il loro sito è ricchissimo di ospiti e realtà del mondo giovanile. Molti i concerti, readings, presentazioni di libri e incroci di personalità dello spettacolo della città : scultori, avventori, editori, grafici, videomakers, scrittori, dj, produttori indipendenti, fumettisti, tecnici. C’è lo spazio dj che viene inserito in un palinsesto mensile variegato. Le pareti sono abbellite da quadri, poster e locandine degli avvenimenti, nonché fumetti e locandine di film e di organizzazioni artistiche. C’è una bacheca che ospita giochi da tavolo, libri e videocassette. I baristi sono molto tranquilli, l’orario di chiusura le due di notte, a volte si rimane fuori a parlare e scherzare senza problemi col vicinato. Il Kandinsky Pub è consapevole dell’importanza che riveste nel tessuto culturale perugino, ma la modestia è il suo punto di forza. In estate ci sono state stagioni all’aperto al parco Sant’Angelo in concomitanza col cinema all’aperto gestito dagli amici Cinegatti, che da diversi anni curano la programmazione del cinema Pavone, in centro. L’ultimo dell’anno il « Kandy » è aperto senza troppe pompe magne e celebrazioni stravaganti. Una battuta è sempre gradita, all’atto della richiesta di bagnare la gola.
LACUGNANO
Sulla strada che porta al lago trasimeno, teatro di battaglie annibaliche, si ergono tre colli al cui centro sorge un parco divertimenti chiamato Città della Domenica, con tanto di vista panoramica dove la notte le auto si fermano a baciarsi. C’è un museo delle Cere, dei missili finti, giochi elettronici, e molte attrazioni compreso animali vivi. Di fronte al colle, un po’ più a Ovest, dopo una via piena di lucciole si erge il cosiddetto « Toppo », un parco naturale molto ben custodito dove è possibile utilizzare tre camini per fare barbecue. Con la bella stagione a Perugia la gente poteva e puo’ godere della struttura balneare nominata piscina « Lacugnano » dall’omonima frazione. Trattasi di un paesino le cui caratteristiche ricordano per certi versi alcune vie e affranti della vicina Corciano. Un po’ più in alto della collina alcuni anni fa una cooperativa chiamata Delta ’87 prese in gestione il parco organizzando un bar e uno spazio dance. Questo posto si animava di notte intorno alle 24, le auto posteggiate a lisca di pesce sul parcheggio sbrecciato con al centro un masso dove è ancora disegnato un cuore. Camminando cento e più metri in salita arrivavi a uno spiazzo con postazione dj, luci e casse. Chi metteva la musica erano le stesse persone che in inverno proponevano i pezzi al Norman, discoteca altra in campagna. L’avventura della Delta ’87 ha portato a Lacugnana gruppi importanti tra i quali The Waylers, il gruppo di Bob Marley, Frankie HNG, il famoso rapper di città di Castello che parlava a raffica, e l’ex gruppo di Giuliano Palma. L’ingresso era gratuito, e le stesse persone organizzatrici hanno proseguito nel settore creando festival importanti come Rockin’Umbria, dove certi Jesus And Mary Chain suonarono completamente suonati e alloggiarono traballante caravan. L’esperienza e le ossa se le erano fatte a una delle prime disco-rock umbre in assoluto, il Suburbia, sito appunto nella periferia perugina di Ponte San Giovanni, rilevando un cinema e portando il punk, la new wave e altra musica in voga dei primissimi ’80 a persone assai ricettive. L’esigenza di un posto all’aperto, estivo, vacanziero, fu espletata dall’esperienza Lacugnana, dove alcuni arrivavano il mattino per studiare la maturità, poi pranzavano alla brace, si rilassavano e magari il pomeriggio davano una mano ad abbellire la pista con murales di spray, perché ancora non era conosciuto il termine graffito, e l’hip-hop stava sorgendo in America coi Public Enemy e Run DMC, seguiti da Africa Bambataa e Ziggy Marley in una commistione reggae, dub e rap in cui Eminem non era ancora venuto al mondo. Poi certi supporter del Perugia improvvisavano braciolate nei vicini camini dove il Comune provvedeva ad accatastare legna, aiutato da volontari. In questo clima di solidarietà potevi socializzare dimenticandoti del tempo, quando i primi raggi del Sole ti facevano capire di aver passato una notte a scherzare e ballare con gente poco vestita per via del caldo che tuttavia Lacugnana trasformava in fresco. Il successo del pasto era legato anche da questo, la possibilità di respirare al contrario dell’afa pesante del centro perugino e le sue asfaltate periferie. Fu veramente un bel periodo che duro’ parecchio, ma anche qui il declino era in agguato. Col passare del tempo la voce di un monte libertino si diffuse rapidamente portando grossi quantitativi di spaccio, prima con droghe leggere, e poi con l’eroina. Il discorso cambio’ immediatamente perché dalla possibilità di fare nuove amicizie e condividere sorrisi e bacetti rischiavi il coltello e la rissa per uno sguardo di troppo allo spacciatore spesso nordafricano che non si amalgamava e restava in disparte vicino ai bagni in attesa di un compratore, che magari era su di giri e voleva soddisfare la curiosità di un’esperienza oppiacea. Il giro clandestino di soldi aumento’ all’oscuro dei gestori che capirono l’antifona in seguito a scontri che cozzavano appunto con quel sentimento fraterno che tanto avevano annaffiato. E cosi’ pian pianino presero coscienza della gravità della situazione e, non volendo cacciare e segregare alcuno, preferirono lasciare ad altri questo posto di divertimento estivo. Oggi sono rimasti la piscina, anzi ristrutturata, i camini e le tavolate amicali, mentre la zona che precede il monte, pieno di posti stupendi rigogliosi e naturali, è stata trasformata in un pub moderno un poco fashion. Probabilmente il periodo a metà degli anni ’80 a detta dei più « grandi » era uno dei più fiorenti e favorevoli culturalmente parlando a Perugia, e porto’ il coraggio di fare nuove e durature proposte legate al mondo musicale ma non solo che trovarono l’approvazione dei politici e il successo della popolazione giovanile, che vi aderi’ alla grande. Perugia aveva anche la necessità di decentrarsi un poco per far respirare i suoi accaldati tardo-adolescenti, che avevano lasciato il motorino a casa per girare in auto e ascoltare la musica a finestrino aperto.
MACADAM
All’altezza di piazza Giordano Bruno, sotto la sala Cutu, in una traversa di corso Cavour c’è un praticello rialzato confinante con scale in discesa che portano all’entrata di una colorata insegna dal nome esotico, il Macadam. Il suo simbolo è una spirale, forse in passato i locali erano degli scantinati, tanto belle sono le volte di mattoni, arricchite con grate, tavolini di legno come il bancone per un posto che ospita concerti, rassegne, iniziative culturali e bacheca informativa su vari argomenti alternativi. Collegato col social forum umbro e impostato secondo una gestione collettiva vive il suo punto di riferimento in una persona alta, bionda ed olandese dall’accento italiano molto simpatico, disponibilissima a proposte esterne e iniziative diverse. Frequentata da studenti spesso di origine del Sud Italia, dal cuore e dal sangue aperto e caldo, agli inizi dei ’90, la prima metà, era solita terminare le sue sere di notte con canti popolari. De Andrè era il cantautore più richiesto. Famose le serate con le nacchere, dove una danzatrice professionista si imponeva al centro di un circolo di persone sedute su sedie di paglia intorno. L’umanità e il senso di calore erano tali che un uomo alto, un po’ sui 40, vestito di giacca con due cravatte slacciate si alzo’ e quando si alzo’ sembrava che la madre Russia si alzava con lui, c’erano Puskin, con lui. Il viso di questo signore sembrava essere uscito da mondi altri, con gli occhi che sprizzavano gioia di vita e quella statura era immensa da suoni autentici di balli del Sud. Un boato si alzo’ insieme a lui e tanto basto’ a sollevare il morale di un posto che ha subìto perquisizioni, intimazioni a chiudere, multe salate solo per aver avuto il coraggio di proporre un’alternativa alla logica del mero consumo e del profitto. I gestori del posto infatti riuscivano a produrre un autoreddito a parte, in parte rinvestivano in progetti sociali di tutto rispetto volti a consapevolizzare e a socializzare logiche altre di liberazione della coscienza tanto care alla città di Perugia e alla sua tradizione. Lunga vita all’apertura cerebrale e al giusto connubio tra divertimento etico e riappropriazione di spazi condivisibili e aperti alla condivisione dei saperi, e dei sapori.
NORMAN E IL PRESIDENTE
Situato in campagna, dopo il paesino di San Fortunato, precisamente a Boneggio, il Norman è il principale punto di riferimento della scena rock perugina. Ospitando le selezioni di Arezzo Wave e altre iniziative simili ogni giovanotto che si cimenti con una chitarra elettrica è entrato di li’. La strada per raggiungerlo è stata asfaltata a differenza del parcheggio che non ospita più la creppettara che scaldava gli stomaci duri degli amanti del rock. Il viaggio da intraprendere prevede la marscianese fino a che non incontri un muro di mattoni a sicurezza della carreggiata che sembra una pista per modellini automobilistici, fino alla svolta brusca che immette in una comunale dal paesaggio suggestivo verso il capoluogo perugino che di notte risplende tra l’ossigeno rubato degli alberi. Già da quando scendi dalla macchina le orecchie percepiscono le note progressive della sala di quà, mentre l’entrata fa intuire i balli della sala di là. Gli storici dj Fofo e Giopa hanno visto qualche generazione assecondarli sia in pista che in consolle. Oggi ci sono i supporti video e i computer dove pigi un bottone e ti compare un tracciato di alti e bassi musicali, ieri c’erano il vinile e lo screcciato direttamente sul piatto, oppure muovevi il braccio meccanico alla ricerca dell’inizio giusto di una traccia che susseguiva l’altra fino alle 4 di mattina dove stanchi buttafuori imploravano loro di finire. Ma all’inizio in verità c’era una sola sala, con una palla di vetro in cui batteva una luce in mezzo al buio mentre la strobo faceva del bianco dei denti un effetto fluorescente e divino. Decine di bariste hanno fatto strage di sguardi e di alcolici a persone che bevevano il loro charme ruvido a ritmo di band storiche dagli anni ’50 ad oggi. L’entrata è zeppa di poster di gruppi isolati venuti a suonare, pure il teatro è stato fatto prima della danzante serata. Un affiche sul divisorio indica tutto cio’, in ordine alfabetico vien riportato ogni artista che ha performato nel Norman. Aperto il sabato sera e alla vigilia delle Feste comandate il Norman è locale al chiuso che durante il periodo estivo rifà il look delle pareti graffiate e le casse sospese sul soffitto. Visitarlo durante la settimana su richiesta speciale e per motivi coerenti all’eccezione è come andare a una mostra d’interni di pubblico dominio e scorgerne la calma simile a un centro sociale pulito e vuoto, emozionante ed emozionato. Allora ne capisci il gioco luci da sobrio, lo stesso che ti stordisce col rumore, la gente, il bere e il pogare. Puoi fare amicizia ai bagni promiscui e farti agganciare rockeggiando naturalezza e apertura fino a ritrovarti abbracciare un essere umano che ti garba e non aspetta altro, ma non lo dice.
ZOOLOGICO PUB
Situato in una via in discesa del Centro Storico, subito dopo Piazza Matteotti, negli anni ’80 vide la luce un locale il cui proprietario trasformo’ l’alimentari di un suo parente in un posto pubblico, una birreria. I prezzi erano modici ed era consentito l’ingresso, gratuito, con i cani. I breve empo lo Zoologico fu capace di riunire un vero e proprio pandemonio umano simile agli animali dell’Arca di Noè. C’era gente seduta per terra che rullava tabacco, il bancone era sempre pienissimo e il proprietario sempre ubriaco, come minimo. La musica era alta e mandata da un dj discreto, che si faceva gli affari propri e partecipava al delirio, anche alcoolico. Dietro il bancone si fece largo un barista di origine siciliana coi riccioli che amava le ragazze, e le ragazze si facevano offrire da bere da lui, cosi’ era il suo modo di rimorchiare, spontaneo. Nel frattempo dagli scontrini nominativi risultava sempre il suo nome il primo dei venditori di birra e connessi. Situato su due piani, la vera vita era al piano inferiore, quello dell’entrata. Strani sgabelli di legno ospitavano natiche i cui personaggi somigliavano a certe descrizioni di Stefano Benni, l’età media era di venti anni. La musica privilegiata era tutta la varietà e la gamma possibile del rock. Una volta si spensero le luci per sbaglio mentre girava una canzone dei Velvet Underground creando, « per caso », un’atmosfera molto suggestiva. Chiudendo alle 2 di notte spessissimo durante questo orario la gente preferiva prendere il bicchiere e berlo fuori all’aria aperta, cosi’ che la strada era veramente piena e le macchine dei clienti, parcheggiate il più vicino possibile, diventavano sgabelli anch’essi, i cofani sempre stracolmi delle chiappe degli avventori. L’atmosfera era di festa vera e potevi anche sfangarla con quattro spicci, trovando magari amici che ti sostenevano in cambio di buona energia. Era questo il bello del locale, che le persone di dentro non erano attaccate al soldo quanto alla voglia di stare bene. Allora se facevi coppia fissa con un amico se lui era in grana ti offriva col cuore e tu ringraziavi divertendoti e facendolo di conseguenza divertire, e poi si cambiava, si contraccambiava, ma non era obbligatorio. Capitava talvolta di parlottare di politica come puo’ fare un ventenne con una birra fresca grande in cui ogni sorso asseconda il proprio discorso e sembra valorizzarlo. Invece diverso era l’ascolto della musica rock che ti spingeva a ingollare alcool sempre e sempre di più, con felicità. A Carnevale a volte organizzavano una festa ed era gradito il costume. Mi successe di fare conoscenza al piano di sopra, poi specializzato in superalcolici e cocktails, con una ragazza straniera vestita da vampiro, molto attraente, che mi diede appuntamento a mezzanotte al tempietto di Perugia, la chiesa circolare del quartiere di Porta Sant’Angelo, il cui praticello era ancora accessibile di notte perché non c’era il cancello, né il museo del Cassero di sotto. Ci andai con la mia ‘500 Fiat assieme a un amico che avevo coinvolto, dato che anche la tipa non era da sola. Naturalmente non venne, ci aveva dato una « sòla », una fregatura, e proseguimmo la serata in qualche altro locale, perché il Carnevale perugino era frizzante e sentito. In seguito lo Zoo mise un servizio d’ingresso con la famosa porticina che apriva il buttafuori su cenno del suo collega che stava dentro, tanto era il successo e la fila che il locale non riusciva più a contenere. Il servizio d’ordine infastidiva pero’ chi era abituato a far festa, a fare casino, a rimorchiare un po’ sguaiatamente. I cani non vennero più ammessi e la clientela cambio’ radicalmente, pure i prezzi. Avendo visto la circolazione di denaro probabilmente il gestore lo investi’ abbellendolo, o abbrutendolo, per attirare allodole più danarose e aumentare i profitti. Poi cedette la gestione ad altri, col risultato di trasformare lo Zoologico Pub in uno dei tanti locali comuni che non dicono più niente, un po’ tesi da un ingombrante servizio d’ordine che va pagato comunque. Forse il suddetto proprietario si spavento’ un poco in seguito a controlli dei vigili sull’orario di chiusura, ai reclami degli abitanti infastiditi da qualche elemento espulso con la bocca da chi non reggeva gli alcolici, o forse c’era altro ancora. Chi lo sa, comunque anche questo posto visse una fisiologica evoluzione perdendo un poco della sua iniziale spontaneità.
Nicola Castellini
Maggio 12, 2009
Aprile 21, 2009
moesia
“con il contributo dell’Assessorato alle Politiche Culturali e Giovanili del Comune di Perugia – Servizio Informagiovani e Politiche Giovanili”
Aprile 4, 2009
segnalo
www.orcomangione.splinder.com
e invito a trovare delle voci femminili anche adolescenti per leggere e registrare il primo pezzo del blog la cui autrice ci ha autorizzato a.
Nicola Castellini
Marzo 29, 2009
Marzo 24, 2009
logo Moesia a Ramallah
Buongiorno Internet, di seguito il logo di Samir Harb per il workshop di improvvisazione poetica “THE THIRD PERSON” il prossimo 28 Marzo e dintorni. Invito tutti a un commento.

The Third Person
Marzo 16, 2009
Fadwa Tuqan
<!– @page { margin: 2cm } P { margin-bottom: 0.21cm } –>
“Quando il tetto crollò sulla Palestina, cadde il velo dal volto delle donne di Nablus”
Nata a Nablus nel 1917, acquisisce la tecnica e la passione per la poesia dal celebre fratello, il poeta Ibrahim Tuqan, e nel 1936 pubblica le sue prime poesie (prevalentemente liriche d’amore) su riviste e quotidiani del suo paese e dell’Egitto. Fino al 1967 la poesia di Fadwa esprimerà per lo più desideri e sentimenti femminili, ma dopo l’occupazione israeliana Fadwa si fa, con una poesia della resistenza forte e incisiva, interprete del dramma della sua patria e del suo popolo. Scomparsa a Nablus nel 2003, Fadwa Tuqan è studiata e tradotta in molte lingue e considerata una delle voci più alte della poesia araba.
“…Terra!/Ecco l’invito al riposo,/la ricompensa ai nostri passi,/qui è dignità e salvezza,/qui deporremo il fardello/e la pena di tanti anni”./Noi abbiamo detto: “Qui/la nostra anima dimenticherà…” (da “Ritorno al mare)
COME NASCE UNA CANZONE
Le canzoni nostre le prendiamo
dal tuo tormentato e sciolto cuore,
e sotto il peso del buio e della notte
le impastiamo con luce, con incenso
con amore e con voti;
le carichiamo del vigore delle rocce e del salice,
dopo di che le restituiremo al tuo cuore,
puro e trasparente quale cristallo,
o nostro lontano e paziente popolo!
Rashid Husayn
<!– @page { margin: 2cm } P { margin-bottom: 0.21cm } –>
“…Il colore dei tuoi occhi è mio padre/e pianta melograni e fichi./Dice: saranno figli /e canteranno,/per le notti canteranno…” (da GERUSALEMME NEGLI OCCHI)
Nato a Masmas in Galilea nel 1936 è traduttore in arabo ed ebraico e redige il giornale “al-Fagr” (L’Alba) fino al 1962 quando ne viene imposta la chiusura dalle autorità israeliane. Nel 1967 viene sospeso dall’insegnamento ed è costretto a lasciare il suo paese per gli USA. Nel 1973 è a Damasco, dove dirige la radio damascena in lingua ebraica. Durante il breve soggiorno siriano fonda il centro di ricerche al-Ard (La terra) e il giornale omonimo. Ha pubblicato quattro raccolte di poesie.
È morto a New York nel 1980, nel corso di un incendio, in circostanze mai chiarite.
GERUSALEMME NEGLI OCCHI
Il colore dei tuoi occhi è la palma
il colore dei tuoi occhi è la vigna.
Palma e vigna. Sì, per Gerusalemme
è il mio amore il colore dei tuoi occhi
caro, sì, mille volte,
per mille volte caro,
il colore dei tuoi occhi ferito
come il mio canto, bello
come il mio amore, lungo
come in me la prigionia.
Il colore dei tuoi occhi è mio padre
e pianta melograni e fichi.
Dice: saranno figli
e canteranno,
per le notti canteranno.
Sì, fico e melograno. È Saladino
il colore dei tuoi occhi,
colore pena per vili,
colore mietitura,
il colore dei tuoi occhi raccolto,
il colore dei tuoi occhi rivolta
del mio paese. Il colore
dei tuoi occhi, paziente
come mia madre, generoso come
le mie pianure, orgoglio
dei miei monti, il colore
dei tuoi occhi colombe
aquile nel mio cielo
nella rivolta mia.
NON VOGLIO
Nel mio paese non voglio
che i ribelli feriscano una spiga,
non voglio che un bambino,
qual si sia, porti una bomba,
non voglio, no, non voglio
che mia sorella prenda il fucile,
non voglio quello che volete voi…
ma che cosa farebbero i profeti
se i cavalli degli assassini
s’abbeverassero dei loro occhi?
Non voglio, no, un bambino
a dieci anni un eroe,
non voglio frutto di bombe
dal cuore dell’albero mio,
non voglio che dei rami
dei miei giardini si facciano forche,
non voglio nelle aiuole
forche in legno di rosa,
qui nella terra mia.
Non voglio quello che volete voi
ma dopo il rogo del paese mio
e dei compagni miei
e della giovinezza,
come può il canto non farsi fucile?
ODIARE, FORSE?
Odiare forse un popolo
la cui carne fu cenere
sotto una mano iniqua?
Odiare anche i bambini
-l’età dei miei fratelli-
se hanno un padre che beve
vino sulle mie lacrime?
Pure l’odio al carnefice,
e il perdono ai suoi figli,
sarà, sempre, sarà ancora,
nonostante la miseria?
Mu‘in Bsisu (o Bseiso)
<!– @page { margin: 2cm } P { margin-bottom: 0.21cm } –>
“I ricchi hanno Dio e la polizia. I poveri hanno le stelle ed i poeti”
Nato a Gaza nel 1927, da famiglia cristiana. Studente di giornalismo all’Università Americana del Cairo, viene arrestato per la sua militanza comunista, motivo per cui ,in seguito, verrà imprigionato più volte . Insegna arabo in Iraq e a Gaza fino all’occupazione israeliana del 1967. È redattore del maggiore giornale egiziano Al-Ahram fino al 1970. In Libano fino al 1982, collabora con l’OLP e col poeta e amico Mahmud Darwish con il quale firmerà il componimento “Lettera a un soldato israeliano”. Muore esule a Londra nel 1984.
Aperta alla lezione internazionale delle avanguardie letterarie del Novecento, la poesia di Bsisu è una delle più moderne e sofferte testimonianze della poesia araba palestinese.
LA LUNA DICIOTTO ANNI DOPO
Qui si arrestano le tracce dei passi
qui dietro le rocce le tende gli alberi
la luna giace fra i lupi
con i cani e con le pietre
e vende la sua faccia
per un pugnale una candela,
e una treccia di pioggia.
Non gettate sassi nei loro fuochi,
non sottraete gli anelli di vetro
sfilandoli dalle dita degli zingari
Essi stanno addormentati
così come i pesci le pietre gli alberi
Qui si arrestano le tracce dei passi
qui la luna geme per le doglie
e voi – o zingari -
date a lei i vostri anelli di vetro,
donatele i vostri braccialetti blu!
POESIA SCRITTA SU CARTA DI SIGARETTE
(scritta in carcere nel 1961)
Inginocchiati per un foglio di carta,
inginocchiati.
Intingi la penna negli occhi di tuo figlio e scrivi quello che ti ordina:
i connotati di colui che ti massacro’
sulla soglia di casa, con la penna.
Ammucchia i tuoi giorni davanti a te come carta,
non essere timido… chiedi un fiammifero al tuo oppressore…
fabbrica col torbido miscuglio di cenere e fumo
qualche foglio per il tuo libro.
Vorrei che i morti sapessero come stai fabbricando una corda di parole
per appendervi il verso.
Mordi il cuore dell’amata come un lupo… e presentalo
su un vassoio di carta gialla,
tagliale le trecce per bendare la ferita d’una iena nera,
mordile gli occhi come uno scorpione… non esitare.
Vieni come una rana e suona
la tua campana per la palude stagnante
firma in fondo a questo foglio, entra nella tua casa come un ladro,
stai attento, strada facendo, non cada la tua ombra su una fabbrica.
Mastica la tua ombra, ingoiala come s’ingoia uno straccio avvelenato.
Affrettati e bussa alla tua porta
fino a che la tua mano vada a pezzi,
colei che ti amava non ti udrà.
Il suo braccio che fremeva in mano tua
come una bandiera sventolante o una spada di diamante,
ora il tuo anello è simile a un anello di cenere, fumo e cardo…
Guarda se puoi immaginarti Farid* crocifisso sul mio cuore,
una lama di luce , un rosso caravan** cantare sommesso
gola per ogni muro, non cesserà mai il canto,
non finiranno mai le faville del mio canto.
La matita ubriaca di veleno barcolla:
inutilmente la sorreggerebbe il carceriere, o I tuoi versi.
I ricordi irrompono come onde di cardi sulle tue palpebre,
ti tengono sveglio fino al silenzio.
Tu continui a pestare a piedi nudi il pavimento della cella,
la notte sul tuo petto come una porta chiusa,
il carceriere giunse come un martello o un fossato.
Dove vorresti andare? A casa tua?
La tua casa e’ un pugnale alle spalle.
Da tuo figlio? Tuo figlio e’ su una croce di carta,
gelato nel suo pigiamino.
Tu sarai trascinato nella strada,
cammina e inciampa,
cammina e inciampa
davanti al tuo oppressore.
Dove vorresti andare, quando il vento ti sparpaglia sulla carta.
Inginocchiati per la carta, inginocchiati.
*Prigioniero politico morto di torture
** Uccello canoro
GLI OCCHI D’ELSA LA MAROCCHINA (1972)
Ho scritto quello che ho scritto in verso eroico
E dopo aver scritto quello che ho scritto
Avevo voglia di piangere.
La Poesia – ascolta – la Poesia è un complotto
E noi non siamo che mediatori
Io ti vedo cadavere
In fondo a un bicchiere
Ho scritto quello che ho scritto
Solo per farti galleggiare
Ho combattuto contro tutti i cieli
Ho combattuto
Con una rosa
Per vederti galleggiare.
Non ho fucile.
E non sono il Movimento della Resistenza.
Io ero nel tuo sangue soltanto
Una gazzella pugnalata da un candeliere
Giacevo nelle tue vene
In intima unione con il mare
Ma essi nel tuo sangue
Ronzavano come mosche
come formiche affaccendate sulla coscia
D’una donna morta.
Annunciarono l’apertura di un nuovo bar
Annunciarono la creazione
D’un nuovo cocktail.
Mentre nelle tue vene io ero una gazzella
Formando un ruscello
Essi si immersero nel tuo sangue
Ti uscirono dagli occhi
Si tuffarono negli occhi
E ti uscirono dai seni
E si tuffarono ancora nella mano…
Giocai a scacchi con gli angeli,
Ogni notte
Gli occhi fissi sul re
E su di me gli occhi di Dio.
Ogni volta che il re era sotto scacco
Incontravo le tue mani
Per prendere pesci e uccelli
Dalle tue mani amor mio
Ascoltavo le cascate
D’elettricità nel tuo sangue
Se volteggio una volta
Nei tuoi occhi
I cieli volteggiano due volte nei miei
L’Equatore
Non mi ha mai tagliato in due
Grido per il terrore del tuono
Ogni volta che l’uva matura
Mi suicido
Con la luce di una candela
La sua fiamma fende il mio collo
Mi scolpisco
Con il brillìo di una stella lontana
La sua luce mi soffoca
Un passero si posò
Sulle mie dita
Un bicchiere nell’altra mano
Capovolsi il bicchiere
Sull’uccello
Il bicchiere divenne una trappola
Il passero in trappola
Picchiava contro il muro di vetro
Col becco e con le penne
Seguitò a battere e a tremare
E morì nel bicchiere
Tremando…
Da quel giorno io so
Che ero stato esiliato dal mio vero sangue.
Avevo abbandonato la mia mano,
E andavo alla deriva lontano
Lontano dalla mia bocca
Ero perduto.
L’Equatore, o mia donna,
Poteva tagliarmi in due.
Il volto d’ogni donna
Mi taglierebbe in due.
Diventai pauroso
Di ogni uccello che mi sorvolava
Per timore che le ali mi tagliassero in due.
Io soffio vento
Ma il mio respiro si fermò,
E abbellì il cielo con una stella.
Il mio respiro cessò
Di appannare gli specchi
Io confesso fui sconfitto
Da Dio, fui sconfitto
Gli uccelli smisero di fare il nido
Tra le mie dita
Il mio sangue divenne una gomma vischiosa
Sulle mie dita
Ora tu puoi venire alle mie dita
E sprofondare
Il grano più non cresce
Sotto le unghie
Le ferite dei morti
Non aumentano
I morti non migrano più
Dalle tombe.
Non traducono
In linguaggio
Le rose e il suolo sui loro volti
Io imploro il mio braccio amputato:
Aggràppati al mio collo
scendi dal tuo morto destriero
non essere un testimone neutrale
Per favore non m’istigate contro
La stampa legittima
Mentre vi masturbate
Io non vi chiedo una patria
Lei mi ha dato una patria
Lei è la mia patria
Sì è lei.
Trascinate i suoi capelli in tribunale
E poi impiccate i cieli
O mio Dio, come tornavo
Come, camminavo sulle acque
Come sposavo il cielo…
Star sulle cosce del cielo!
Incollai sul cielo
Tutti i francobolli che raccolsi.
Non dite a me:
Quando il tuono si fa neve
O quando il fulmine è domato
Come una rosa nel bicchiere
Non dite che tutto il fiume
Starà fermo nel nostro bicchiere
In modo che faremo stare i pesci
Diritti sulle code.
Il fiume e il bicchiere
Non furono mai e non saranno
Niente altro che la vostra camicia
Che il leone trascina alla sua tana
Essi leggono poesia in mio nome
Nei libri di conquista
E nei libri di storia
E geografia
Usano il mio cadavere
Per piantare un fico o un ulivo
Nelle pianure
Leggono preghiere sopra di me
Congelando la mia autopsia nei loro depositi
E ogni volta che mi mordono coi loro denti
Si sentono sicuri
Come se estraessero una spada dal fodero
O accendessero una candela
Patria mia, non hai casa
Prenditi la parrucca di un terremoto
O il pettine d’un turbine
E dammi la scarpa
D’una donna innamorata
Ora io posso dare medaglie al cielo
Non sono più un interprete
L’Equatore non mi può più tagliare
Il collo è un giardino pensile
Le formiche che stavano salendo nelle mie scarpe
Ora discendono con un giglio
O mio Dio…
A dispetto della morte e di ogni cosa che ho scritto
Non sono morto…Io sopravvivo
Puntai la pistola su una cosa
E le sparai.
La nave dei pirati andò in pezzi
I mari stagnanti si aprirono
Per far sgorgare migliaia di fiumi
Amor’ io sono salvo, amore
Sopravvissi alla nave dei pirati
Sopravviverò alla tua mano?
Sopravvissi al fulmine improvviso
Sopravviverò al tuo sangue?
O mio Dio, o mio amore
Come tornasti indietro
Come camminasti sulle acque
Come mi sposasti al cielo.
Quando intrecciate le dita
Le onde ci sollevarono
E cademmo sulle tue dita
Tutte le spiaggie sono le tue dita
Fra ciascun dito e l’altro
C’è un isolotto
Amore, vorrei essere
L’ultima nave
In mezzo a due delle tue dita
Mescolami un bicchiere d’ erbe e sabbia
Mescola i cieli con i mari
Gli alberi con gli uccelli
E dammi l’ultima coppa
I fiumi, amor mio,
Mi donarono le loro camicie purpuree
Io vidi uno mezzo pazzo
Io vidi, o mia signora,
La biancheria dei cieli
Divenni sempre più pazzo
Le tue mani, amor mio
Sono pazze
Sbuccia i cieli
Come un’arancia
Ghiaccia le onde per una volta
Sulla punta delle mie dita:
Così che ora io diventi più pazzo
Ora, mio amore
La mia pelle è una nuvola
La mia camicia un’onda
Le mie mani correnti
Che mi fanno andare alla deriva
Ho navigato in mezzo a due delle tue dita
Dove si trova l’isola.
Ai gabbiani:
Io chiedo a voi di non beccare le dita
Siete affamati
Anch’io lo sono.
O mio Dio,
Posso sentire la sua voce
Direbbe: vieni
L’Equatore non è più nel mio letto
il mio letto non è diviso in due
Tu là…
E io…
Qua…
Jiabra Ibrahim Jiabra
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“non sono io che piango, ma la terra”
Nato a Betlemme nel 1920, si trasferisce a Baghdad dopo la dispersione del popolo palestinese nel 1948. Ha studiato a Gerusalemme, Cambridge e Harvard. Oltre all’attività creativa vera e propria, narrativa e poetica, si è occupato di critica letteraria, di saggistica e ha tradotto i grandi della letteratura inglese. Ha pubblicato quattro raccolte poetiche, una di racconti brevi e sette romanzi. È morto a Baghdad nel 1994.
NEI DESERTI DELL’ESILIO
Nei deserti dell’esilio
si susseguono le primavere.
Che faremo del nostro amore
allorché la sabbia e la brina
avranno empito i nostri occhi?
Palestina la nostra terra,
i suoi fiori sono tatuaggi
sull’incarnato di giovani donne.
Marzo intarsia i suoi prati
con anemoni e con narcisi
e in aprile essi esplodono
di nenùferi e altri fiori.
Il suo maggio è la romanza
che cantavamo a metà giornata
avvolti nell’ombra azzurra
degli olivi della nostra vallata.
In mezzo ai campi maturi
attendevamo il compimento
delle promesse del luglio
e i balli della mietitura.
O terra, tu hai visto scorrere
la nostra infanzia come un sogno
all’ombra degli aranceti
fra i mandorli delle tue valli.
Che avremo fatto, che mai
avremo fatto del nostro amore,
allorquando i nostri occhi
allorquando le nostre bocche
saranno piene di sabbia e di brina?




